IA e linguaggio animale: parola al linguista forense.
Antonello Fabio Caterino (INaLF): «L’IA sta decifrando i segnali degli animali. Attenzione a chiamarli già “una lingua”, ma l’entusiasmo è in parte giustificato: siamo davanti a una rivoluzione scientifica»

Termoli (CB), 16 settembre 2026 Dai clic delle balene ai “dialetti” dei delfini, l’intelligenza artificiale sta aprendo una porta che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza: riconoscere, classificare e mettere in relazione i segnali con cui gli animali comunicano. Ma è proprio adesso, nell’era in cui la macchina sembra avvicinarsi al sogno di comprendere le altre specie, che è necessario precisare un punto fondamentale: riconoscere una forma non significa ancora averne capito il significato.
A sottolinearlo è il professor Antonello Fabio Caterino, linguista forense e CEO dell’Istituto Nazionale di Linguistica Forense.
«L’IA sta facendo qualcosa di straordinario: prende un segnale acustico continuo e lo trasforma in unità che possiamo confrontare, classificare e analizzare. È un po’ come quando prendiamo un testo e lo dividiamo in parole», spiega Caterino. «Ma attenzione: avere individuato le parole non significa ancora avere scoperto la grammatica».
«È qui – continua Caterino – che si trova il confine: un algoritmo può accorgersi che un determinato suono ricorre in certe circostanze, che un individuo utilizza sequenze diverse da un altro o che una popolazione possiede schemi acustici propri. Il prossimo passo sarà determinare se quella ricorrenza è una regola o, semplicemente, una regolarità statistica.»
«È esattamente il problema che affrontiamo nella linguistica forense» osserva Caterino. «Se trovo una caratteristica che ricorre in due testi, posso dire che è interessante. Per stabilire che quei testi hanno un autore comune, però, mi serve molto di più. La ricorrenza è un indizio, non automaticamente una prova».
La prossima sfida sarà riuscire a verificare ciò che la macchina crede di aver trovato.
«Con gli esseri umani abbiamo un vantaggio enorme: condividiamo il mondo di riferimento. Se io dico “albero” e tu mi rispondi, possiamo verificare insieme a che cosa ci stiamo riferendo. Con un capodoglio questo canale di verifica non esiste: anzi, non esiste ancora. Possiamo osservare che un segnale compare in determinate situazioni, ma non possiamo semplicemente chiedergli: “È questo che intendevi?”».
Per questo Caterino invita a distinguere due velocità molto diverse. «Sul piano descrittivo i progressi paiono essere rapidissimi: riconoscere individui, distinguere popolazioni, classificare pattern e persino individuare variazioni che potremmo chiamare dialetti. Ma dimostrare l’esistenza di una grammatica produttiva e, soprattutto, comprendere un contenuto semantico condiviso è una soglia non ancora varcata».
La grande sfida, insomma, non è più soltanto ascoltare gli animali, ma poter dimostrare di averli compresi.
«Sarebbe un errore frenare l’entusiasmo per questi risultati: siamo davanti a una rivoluzione scientifica. Ma proprio per questo dobbiamo essere rigorosi nelle parole che usiamo. Se chiamiamo “lingua” ogni sistema nel quale troviamo dei pattern, rischiamo di scambiare la nostra capacità di riconoscere strutture per la prova che quelle strutture abbiano il significato che noi attribuiamo loro».













