13/04/2018

Jonatan: un racconto breve di Marco Biffani




Veleggiava elegantemente inanellando cerchi su cerchi al di sopra di un fabbricato a vetri per uffici, Ad ali aperte si faceva trascinare dal leggero vento di ponente che quel pomeriggio soffiava in alto

Ogni tanto agitava le ali affusolate ed appuntite per mantenersi in quota e rideva…. Rideva in continuazione. Più che una risata era una specie di sghignazzo querulo e intermittente.

Il gabbiano è sempre stato un uccello dal volo plastico e stilizzato. Sempre bello a vedersi. Candido, e legante e veloce.

Ha intrigato nei secoli Leonardo da Vinci, ispirato Otto Lilienthal e tanti altri amanti delle tre dimensioni.

C’erano alcuni corvi in giro. Forse sul tetto piatto di quell’edificio aveva il nido e li stava invitando a tenersene alla larga.

Era strano che fosse così lontano dall’acqua. L’unico laghetto è quello dell’Eur che dista dal Torrino Sud circa un chilometro in linea d’aria. Il Tevere quasi altrettanto.

Mi venne in mente il nome scientifico del gabbiano: Larus Ridibundus….appunto!

Tra un gabbiano dal becco con la punta adunca, ed un corvo dal becco tozzo chi l’avrebbe spuntata?

Passeggiavo verso casa. L’avevo superato. Faceva fresco anche se c’era un pallido sole. Mi fermai, tirai su la zippo del giaccone e mi girai ad osservarlo.

Portavo gli occhiali da sole ed un berretto di Jeans a visiera. Ero contro sole.

Avevo appena scartato una confezione di gomme da masticare, ne avevo messo in bocca l’ultima rimasta e stavo appallottolandone l’involucro per gettarlo nel primo cassonetto che avrei incontrato.

Avevo preso l’abitudine, quando incrociavo un uccello, di zufolargli contro, in versione amichevole.

Mentre fischiettavo sommessamente verso quel gabbiano che volteggiava ad una cinquantina di metri da terra, facevo saltellare nella mano destra la pallottolina di carta e lo fissavo.

Improvvisamente avvenne una cosa straordinaria che mai mi sarei aspettato.

Mi puntò, chiuse le ali ed evitando per un soffio la chioma di un pino, come un proiettile affusolato, piombò su di me.

All’ultimo istante, all’altezza del mio volto spalancò completamente le ali in una frenata vertiginosa e – sfiorandomi il berretto – mi superò. Ne sentii la folata, tanto mi era passato vicino alla testa!

Appariva enorme. Molto più grande di quello che mi aspettassi. Contro la luce diffusa del sole, ad ali completamente tese per la incredibile frenata sembrava un’aquila!  Ebbi la fugace visione del rosso delle zampe e la sensazione che le penne della coda mi avessero lambito il berretto!

Rimasi basito, con le braccia spalancate e la destra aperta. Immobile. Come San Francesco nella iconografia degli animali!

Cosa avevo fatto? Cosa poteva averlo colpito in me?

Il riflesso degli occhiali da sole?

Il mio flebile zufolargli contro?

Il fatto che facessi saltellare vistosamente quella pallottolina di carta nella mano aperta?

Forse era questo che l’aveva attratto! Doveva averla presa come una offerta di cibo.

Nel frattempo aveva riguadagnato quota, era tornato ad inanellare cerchi su cerchi nei pressi del tetto di quel fabbricato a vetri. E continuava a berciare.

Adesso ci riprovo!

Accentuai il saltellamento della pallina nella mano destra, ripresi a zufolare verso di lui, facendo con la mano sinistra – a braccio teso – un gesto come per dire: “avvicinati”. Ed attesi.

Dopo un paio di volute mi piombò nuovamente addosso!

La scena si svolse quasi uguale!

Doveva aver creduto che gli stessi offrendo qualcosa da mangiare.

Rimasi immobile a braccia aperte per non spaventarlo. Mi passò sulla testa, ad un paio di metri in una frenata meno accentuata della precedente.  Era stupefacente. Forse era digiuno da parecchio. Forse era una femmina che alimentava la prole e teneva poco cibo per se.

Si dice che i gabbiani abbiano la vista acuta. Sicuramente. La seconda volta doveva aver capito che quella che lanciavo per aria non era cibo, ma carta!

Infatti la cosa non ebbe seguito.

Rimasi a braccia aperte gesticolando ancora un paio di minuti, poi – anche per non apparire ridicolo a chi mi stesse guardando – mi girai e ripresi a passeggiare.

Avevo fatto pochi passi quando, attraversando velocemente la strada, mi si avvicinò un signore.

Era sulla quarantina, con una giacca da cui spuntava la camicia bianca aperta, senza cravatta. I pantaloni scuri spiegazzati ed un volto interrogativo.

Lo avevo intravisto alcuni istanti prima, in piedi, dall’altra parte della strada, alla fermata dell’autobus.

“Mi scusi, ho visto la scena…è straordinario! Sembrava che lei lo chiamasse…Mi scusi sa, sono un giornalista free lance… Scrivo articoli per giornali e riviste….”

Io tacevo, sorpreso dal suo intromettersi nella mia privacy. Leggermente infastidito.

Il suo aspetto era buffo ed il suo porgersi, insinuante e falsamente amichevole.

Capivo che se fosse stato veramente un giornalista, ne avrebbe potuto ricavare una specie di articolo. Probabilmente lo avrebbe proposto a qualche rivista di curiosità o addirittura sulla natura.

Aveva un paio di baffi lunghi e sottili. Leggermente irregolari. Uno sembrava più lungo dell’altro.

“Mm….” Feci, un po seccato dalla sua intrusione.

“Mi deve scusare, ma ho visto che gesticolava verso quell’uccello come se volesse parlargli. Come se comunicasse con lui…. Forse lei è un etologo? Un naturalista?

“….Solo un geologo…”

“Forse lei ha imparato un linguaggio per comunicare con gli uccelli? O che?”

“Quello è un Larus Ridibundus” precisai. “Un gabbiano della specie più comune….”

Feci una pausa e aggiunsi.

“Io lo chiamo Jonatan. Oggi aveva dei problemi…..Ci sono in giro dei corvi e lui vuole proteggere il nido che ha fatto su quel tetto. Ogni volta che passo di qui mi viene a salutare…”

“Ma davvero! Allora lei ha instaurato una specie di colloquio con lui! Un rapporto! “ Esclamò.

“Siete diventati amici” Concluse. “Ma lo sa che se ne potrebbe ricavare un articolo? Lei sarebbe disposto a farmelo documentare? Mi scusi sa, ma sono un giornalista e ne potrebbe venir fuori un articolo interessante. Potrei citarla come un naturalista che ha inventato un nuovo linguaggio con quella specie di uccelli!”.

Gli brillavano gli occhi. Si stava caricando. Aveva intravisto uno scoop.

E si infervorava insistendo sull’argomento, facendomi balenare la possibilità di diventare famoso grazie al suo articolo.

“Potrei venire domani con una cinepresa e girare la scena sotto diverse angolazioni”.
Ormai era partito! Stava già scrivendo l’articolo e l’avrebbe corredato di splendide fotografie!

“Mmm…” Feci. “Non so…Non mi interessa gran che comparire sui giornali….”

“Sarebbe materiale interessante per una rivista che tratta argomenti ornitologici o sulla natura”

E insisteva.

Alla fine cedetti.

“Va bene”gli dissi “ Venga domani alla stessa ora. Ma solamente se c’è il sole, come oggi”

“D’accordo” esclamò soddisfatto “sarò qui alle diciotto “Va bene?” Domandò. “Va bene” Conclusi.

Mi chiese anche il numero del cellulare, ma glissai facendogli un gesto rotativo con la mano destra, nella quale tenevo ancora la pallottolina di carta. Come per dirgli che ne avremmo parlato l’indomani. “Alle sei in punto” mi raccomandai.

Lo salutai e ripresi a passeggiare, tranquillo.

Intanto Jonatan continuava a volteggiare ed a ridacchiare.

Il giorno dopo, passando velocemente con la macchina vicino alla fermata dell’autobus, lo vidi insieme ad un altro personaggio che portava una cinepresa professionale, vistosa ed ingombrante.

Evidentemente non aveva fatto mente locale e non si era accorto che quello era il primo giorno del mese di aprile!

Ma ancora mi domando che cosa possa aver stuzzicato Jonatan.

Il luccichio dei miei occhiali da sole ?

Il mio zufolare invitante?

La pallottolina che tenevo in mano?