16/10/2020

Un ricordo di Monty Roberts


Chi ha avuto la fortuna di godersi un cavallo in lunghe cavalcate in campagna, soprattutto se l’ha fatto – per anni – in solitario, cioè senza la compagnia di altri, si sarà accorto di quanto questo splendido animale sia timoroso. Di tutto. Di come gli piaccia stare in compagnia dei suoi simili, a mangiare l’erba sui prati. Di come, tornando da una cavalcata, da solo, nitrisca per sentirsi rincuorato dalle risposte dei compagni che ha lasciato da poco. Basta un nonnulla per farlo scartare.

Per subire un esempio della sua forza, della sua nevrilità, della sua paura. Una busta di plastica trascinata dal vento anche a decine di metri, una mucca o un ciclista che passa troppo vicino, il frullare improvviso di un uccello, l’apparire imprevisto di uno scoiattolo nella selva, un cane troppo d’appresso che gli ringhia contro passando accanto ad un branco di pecore. E’ costantemente in tensione. Per questo cavalcare in solitario viene sempre sconsigliato. In qualsiasi momento ti puoi ritrovare per terra.

E’ soverchiante la sua potenza, per cui se la paura dell’ignoto supera quella del cavaliere che lo monta e non è sempre sul chi vive, ne subisci l’umore. Anche se è molto abile. L’istantaneità della risposta nello scarto è rapidissima e difficilmente prevedibile. Magari quando ti stai godendo la vista di un lago da una collina. Magari quando ti stai finalmente rilassando dopo una favolosa galoppata, o ti stai fumando da fermo, sopra di lui, una sigaretta in riva ad un lago in un momento di stanca. Numerosi i motivi e le occasioni che possono spaventarlo.

E nei momenti meno presumibili perché non puoi sapere quali siano tutte le cose che gli mettono paura. Che possono accadere anche lontano da lui. E mi ricordo una lezione che tenne Monty Roberts a Roma qualche anno fa. Egli sostiene che il Cavallo è un animale da fuga. Che, come il cervo, il daino ed altri quadrupedi, si sia salvato, nei millenni, fuggendo dai suoi possibili aggressori. La sua esperienza di profondo conoscitore soprattutto dei Mustang americani, gli ha fatto valutare questa distanza di fuga in circa mezzo miglio. E ne ha dato una significativa dimostrazione su più esemplari facendoli girare in tondina un numero di volte pari a quella distanza, avvertendo i presenti del suo comportamento vigile (soprattutto con le orecchie) che osservavano continuamente lui, al centro, che, sconosciuto, poteva sembrare un nemico.

Le sue braccia spalancate degli artigli. E dopo quel numero di giri, avvertiva il pubblico che lui, sarebbe andato al centro della tondina, avrebbe abbassato le braccia porgendo le spalle al cavallo, preannunciando che questi gli si sarebbe avvicinato, da dietro ed avrebbe appoggiato la sua testa alla sua spalla o gli avrebbe dato una musata alla schiena. Mostrando così di aver compreso che non era un possibile aggressore, un nemico. Di averlo accettato. E sei cavalli sei, che non conosceva, in tre ore si sono comportati così!!