03/08/2017

Un esagono perfetto. Una visione. Un porto antico


L’acqua azzurrina riflette il lampeggiare del sole che si intravede fra gli alberi. Sembra una visione. Sapere che dopo quasi 2000 anni è ancora li, non interrato, con i sei lati ancora distinguibili anche se sommersi da piante cespugli ed alberi. Immerso fra le migliaia di case, stabilimenti, giardini di una intera cittadina, è come –  a Roma – vedere i ruderi di un tempio antico contornato da strade, costruzioni, negozi e la vita di tutti i giorni. Un pezzo di storia congelato dal tempo, che ricorda vecchie cose studiate a scuola, ma che abbiamo dimenticato. Sto parlando del porto di Traiano a Fiumicino ricco di magazzini, mura, templi, vestigia di un impero.

Una delle nostre innumerevoli meraviglie e bellezze storico artistiche che non sfruttiamo quanto meritano. La forte crescita demografica di Roma aveva persuaso l’imperatore Claudio a costruire dal 42 d.c. un porto alla foce del Tevere, ampio quasi 200 ettari, successivamente inaugurato da Nerone. Dimostratosi poco sicuro, l’imperatore Traiano si convinse, intorno al 113 d.c. ad affidare ad Apollodoro di Damasco (l’architetto siriano artefice anche della colonna coclide che racconta, in volute elicoidali,  la storia della conquista di Traiano sui Daci), la progettazione e la realizzazione di un nuovo approdo per le innumerevoli navi che venivano nella capitale dell’impero dalle Province dominate. Da questo progetto nacque il secondo porto, di forma perfettamente geometrica, più interno, propaggine del primo.

Un bacino di 32 ettari, interamente scavato nel terreno, la cui forma perfettamente esagonale è ben visibile da chi decolla e atterra dal vicino aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino. Un porto che consentiva l’attracco anche di 200 navi contemporaneamente. Uno dei più importanti dell’impero romano.  Dal 314 la città portuale, da Costantino,  fu resa autonoma da Ostia, divenendo Portus Romae.  Man mano che aumentavano le razzie barbariche, questo porto, fondamentale per l’approvvigionamento e la sopravvivenza di Roma, soprattutto tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, era stato dotato di una cinta di mura difensive, di cui ancora ci sono vistose tracce. Una seconda cintura muraria venne successivamente costruita a difesa della Fossa Traiana.


Intorno al nuovo porto che disponeva di innumerevoli magazzini, silos ventilati, negozi, uffici pubblici e locali vari, nei quali stoccare derrate e beni di prima necessità ed altro, che, caricati su appositi barconi, raggiungevano la città  attraverso il canale che collegava il porto al Tevere. Allo stoccaggio di derrate e materiali vari in questi locali, successivamente, si preferì trasportarli direttamente in città, appena scaricati dalle navi nell’apposita darsena (227 metri per 48), con imbarcazioni di piccolo e medio tonnellaggio, capaci di risalire il Tevere. Per non rischiare di essere preda di razzie. Alla estremità meridionale della banchina (con campioni di scale e bitte di attracco, ma anche i resti di un impianto termale) era presente il molo che terminava con un faro di cui erano rimasti ruderi recenti.

A 90 gradi con il tratto meridionale si trovano i resti del cosiddetto Palazzo Imperiale, così definito per la dovizia dei decori, rivestimenti, reperti e suppellettili rinvenuti e i resti di due impianti termali, che, sembra, venisse rifornito da una speciale derivazione dell’Acquedotto Portuense. Una sorta di residenza temporanea per la famiglia imperiale che in origine, affacciava su entrambi i porti, oppure una specie di residence o quartiere di rappresentanza per ospiti di rango o ambascerie in transito. La costruzione, manutenzione e l’uso del porto si è protratto per secoli ed è stato utilizzato nel medio evo anche per l’allevamento di pesci.  Nell’ambito del parco archeologico vì sono anche i resti di una basilica paleocristiana del V secolo. 


Quasi subito dopo l’ingresso attuale si incontra il Portico di Claudio (o delle Colonnacce) cosiddetto perché presenta due serie di colonne a rocchi appena abbozzati, del I secolo. Sembra una specie di tempio, che si presta attualmente come teatro estemporaneo per rappresentazioni storiche. Costruita su terreno incoerente la Fossa Traianea è stata consolidata con appositi cassoni riempiti con  la terra di scavo dell’immensa cavità del porto.  E cammini ammirato da quelle costruzioni mercantili ben conservate, simboli di una storia prestigiosa, recuperati e protetti dalle intemperie.

Fra spezzoni di mura, antemurali, cortili di distribuzione, locali di tutte le dimensioni, innumerevoli ambienti che si ripetono uguali; pavimenti sollevati (sospensurae) e fori di areazione, per conservare le derrate in modo ottimale. Gradini e rampe di trasporto, corridoi, cunicoli di servizi e archi di tutti i generi. Ma quello che mi ha piacevolmente sorpreso sono le splendide finiture ad opus reticulatum, caementicium, latericium, mixtum, listatum. A miniblocchetti di tufo (cubilia), a mattoncini romani listati a varie altezze per ripartire i carichi. Restaurati e sabbiati in fase di restauro i rivestimenti  delle pareti risultano perfettamente realizzati e curati nei particolari da fare invidia alla cortina di una villa di oggi. Questo mi ha ricordato quanto Vitruvio, il famoso architetto romano, nel suo De Architettura, dettava agli appaltatori.

Le tre regole fondamentali da rispettare nelle costruzioni: < firmitas, utilitas, venustas > (solidità, durata e bellezza) e la legge successiva Lex Julia Sumptuaria che raccomandava di evitare l’ostentazione.  Ma queste sono solamente reminiscenze storiche. Forse anche noiose.    La sensazione che ho percepito nel visitare il Porto di Traiano è stata analoga a quella provata durante una visita fatta a Pompei anni fa. Allora mi sembrò di accedere a stanze di una casa rimasta spenta per venti secoli che ritrovi intatta, attiva, identica a come doveva essere prima di venir seppellita dalle intemperanze del Vesuvio.   In quel luglio assolato del 2017, le centinaia di costruzioni e mura dormienti all’ombra di farnie, pini, eriche  ginestre ed altre essenze, tra profumi di fiori spontanei e voli improvvisi di uccelli, suggerivano il pulsare frenetico del porto più frequentato della terra, al servizio mercantile e annonario di una città di un milione e mezzo di abitanti, la più popolosa al mondo di allora, all’interno di un gigantesco impero stimato – sotto Augusto – in sessanta milioni di abitanti, quando il mondo sembra ne contasse centottanta milioni in tutto.

Ed è un bel passeggiare per quei viali, ascoltando l’atmosfera del luogo. Abbeverandosi – orgogliosi – della antica gloria romana che, in quell’opera, ha profuso le forze, i mezzi e l’ingegno progettuale e costruttivo migliori. Un’impresa fra le più impegnative realizzate dall’Impero.   L’area aperta al pubblico, ricca di diverse fontanelle fresche e potabili, è attualmente un’oasi anche dal punto di vista naturalistico. Un grande casale – in zona centrale – con una originale torre annessa, dispone anche dei servizi necessari.   Il depliant che viene fornito all’ingresso recita: Navigare il Territorio è un progetto promosso dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche, da Aeroporti di Roma, dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano, e l’Area Archeologica di Roma, in collaborazione con la città di Fiumicino e la rete scolastica “Progetto Tirrena- Eco Schools” di Fiumicino.

Ai quali – ritengo – dobbiamo le ricerche (che continuano ancora) il recupero, la manutenzione e la fruizione didattica dell’area archeologica attualmente aperta al pubblico per una parte dell’anno.   Mi è stato detto che il Porto esagonale è – attualmente – su terreno di proprietà della famiglia Sforza Cesarini che, d’inverno, consente la visita di parte del Porto Traianeo, in carrozza,  su prenotazione.  Questo è un sincero invito a visitare quest’oasi archeologica unica al mondo.