04/08/2017

Siccità estiva: una possibile soluzione tecnica


È unanime e diffuso il lamento dell’agricoltura e dell’allevamento nel periodo estivo per la mancanza d’acqua destinata all’irrigazione dei campi ed alla produzione di foraggi. I miliardi di danni causati dalla siccità sono una costante per coloro che non hanno realizzato pozzi nei loro terreni, nei quali la falda idrica si è abbassata o gli invasi più vicini vanno in secca. Enormi i risarcimenti che ne conseguono per l’emergenza idrica, soprattutto per i contadini che li hanno subiti e per l’indotto, che si trasformano in aumento dei costi e delle tasse per tutti i cittadini. Situazioni climatiche imprevedibili e disastrose, che si faranno sempre più frequenti per il cambiamento in atto delle condizioni meteorologiche mondiali dovute all’”effetto serra” da inquinamento antropologico.

Vorrei sapere da qualche esperto se l’idea che segue – per contribuire a risolvere il problema – sia stata mai presa in considerazione, o  se è viziata da qualche mia ignoranza.

Ogni fiume dispone di numerose decinedi zone cosiddette “golenali” situate in genere nelle anse del percorso – in secca in fase di magra – con la funzione di invasi di emergenza – in caso di piena da eventi alluvionali – per aumentare gli spazi del suo alveo, rallentare il corso dell’acqua e parare i dissesti idrogeologici.

Pioppi, salici, ontani  ed altre essenze che vi vengono piantumate rallentano la velocità del flusso nelle piene.

Mi risulta che queste aree “golenali” siano livellate con pendenza uniforme verso il fiume per evitare il ristagno dell’acqua quando il fiume si ritira nel suo alveo. Perché, invece, in zone prescelte ed adatte di queste “golene”, non viene scavato – a conca – un invaso di dimensioni contenute, di ampiezza proporzionale alla estensione della golena stessa. Proprio per farne ristagnare una parte di quell’acqua del fiume che – d’inverno – andrebbe comunque dispersa in mare? Invasi che non la occupino totalmente, ma che si riempiano dell’acqua delle piene e questa vi rimanga per l’utilizzo nel periodo estivo?

Il limo proveniente da monte, che il fiume vi deposita durante le piene, ne impermeabilizzerebbe i fondali, oppure si potrebbero approfondire fino ad incontrare una superficie inferiore argillosa o addirittura impermeabilizzare (lo scavo costerebbe meno di decine di pozzi). D’estate (e d’inverno) l’acqua piovana contribuirebbe a non disperdersi e costituirebbero molti piccoli “invasi” per l’irrigazione delle zone locali e lo spegnimento di incendi in zona. E questo lungo tutto il percorso soprattutto dei grandi fiumi del nostro Paese.

Nei dintorni di questi piccoli “laghetti estivi” potrebbero essere intensificate le culture a pioppi ed altre essenze adatte, con funzione di rallentamento del fiume in fase di piena. Le piene stesse potrebbero persino rinnovare l’acqua che vi ristagna, anche se l’acqua piovana vi contribuirebbe. In alcuni di essi – se idonei – vi si potrebbero coltivare pesci e divenire persino laghetti di pesca sportiva con introiti per le comunità locali.

Certo, dovrebbero essere bonificate contro le zanzare da acqua stagnante nel periodo estivo, ma il problema è risolvibile per il rapporto costi-benefici.

Ogni ettaro di invaso, profondo 10 metri conterrebbe circa 100 milioni di litri d’acqua. Non “la soluzione” ma  almeno – localmente- una risorsa da non trascurare.

Talora la mancanza di soluzioni è dovuta ad una sorta di “pigrizia mentale” e non solo.

Vedo certe analogie con quello che sta avvenendo per i “nasoni” di Roma.

Si stanno chiudendo per non disperdere quel quasi 1 per cento dell’acqua che arriva nella Capitale, quando basterebbe applicarvi dei rubinetti per non privare la città eterna di un servizio secolare per la salute ed il refrigerio di sportivi, turisti, barboni e cani al seguito! Inoltre bloccare l’erogazione alle fontane “mostra” della città permetterebbe un certo risparmio (ne soffrirebbe solo il turismo). Ma soprattutto riparare e manutenere le migliaia di chilometri delle condotte la cui mancanza decennale di cure sembra che faccia disperdere oltre il 40 per cento dell’acqua che arriva nella capitale. O raddoppiare l’acquedotto del Peschiera.

E la regione ha minacciato di  “chiudere” il lago di Bracciano per l’approvvigionamento di acqua a Roma! Quando questo contribuisce per circa l’8% del totale. Sarebbe sufficiente aumentare leggermente l’apporto delle altre 9 fonti che portano acqua alla capitale.

E poi perché ancora non c’è, per ogni regione italiana, una mappa delle sorgenti d’acqua geologicamente possibili, sfruttabili e irregimentabili?