19/01/2018

Necrologio di un Pino



Capodogli che spiaggiano, delfini che perdono l’orientamento e si arenano su litorali deserti. L’agitarsi sempre più debole delle pinne e delle code che affiorano a tratti sulla battigia, sotto la leggera coltre delle onde che si ripetono senza sosta, è uno spettacolo triste. Animali che muoiono senza che ancora si sappia il perché.

Gigantesche balene arpionate da inesorabili cannoncini che sparano dalla prua delle moderne baleniere giapponesi, tirate a bordo e affettate con enormi coltelli in un mare di sangue, per soddisfare insani appetiti è uno spettacolo che mi ripugna profondamente.

Il sapere che elefanti vecchi di anni vengono uccisi solo per strappare loro le zanne, farci degli sgabelli con le zampe e scacciamosche con le code, mi ha sempre fatto una immensa tristezza.

Cuccioli di foca, bianchi, innocenti, inoffensivi, inseguiti inesorabilmente sul ghiaccio da feroci cacciatori che li uccidono a sprangate sotto lo sguardo atterrito di chi li ha messi al mondo, per ricavarne la pelle allo scopo di soddisfare l’ignobile eleganza di chi fa finta di non conoscerne l’origine, mi ha fatto sempre rabbia.

Vedere la vita di cui sono eccezionali esempi – per di più in via di estinzione – persa senza ragioni ancora conosciute o per fini ben noti, risibili e mercantili, frutto di mode gastronomiche o estetiche, non sono spettacoli edificanti.

Vite distrutte contro cui solo pochi si ribellano e combattono; il saperla ridotta a disumana merce di scambio, con una illogica, insana, effimera e ignobile giustificazione, è stato sempre per me motivo di amarezza.

Ma anche le piante sono esseri viventi e, se si può, si dovrebbe cercar di salvarle.

Vedere distruggere una pianta nel pieno della sua maturità, mi ha fatto male, sapendo poi, che il suo abbattimento era motivato solo dalla paura e che probabilmente ne ero stato, in parte, anche la causa.

Prima di abbattere un pino di trent’anni che rischia di cadere, fare danni e costituire anche una vera minaccia per dei bambini, ho cercato di impedirlo in qualche modo.

Che una pianta sia un essere vivente nessuno lo mette in dubbio.  La linfa che la nutre e che sale dal terreno fino cento metri d’altezza in una sequoia, è solamente diversa chimicamente dal sangue che scorre nel corpo umano, ma non negli obiettivi e nelle finalità.

Dallo studio degli alberi, Leonardo da Vinci ne aveva dedotto che la sezioni del tronco è sempre uguale alla somma delle sezioni dei rami che ne derivano, e questo ad ogni biforcazione, e ciò valeva e vale anche per il ramificarsi dei fiumi, ma ancor di più per le vene e le arterie di ogni essere umano.

Se stormisce ed i suoi rami ondeggiano al vento, mi piace pensare che sia simile ad un animale che agita le zampe o ad un uomo che dimena le braccia. Respira come l’uomo e gli è oltremodo utile. Lo aiuta a sopravvivere nel vero senso della parola.

Con la terra, l’acqua e il sole, inalando il suo respiro velenoso, lo tramuta in radici, rami, foglie e legno, materiali che da sempre hanno dato all’uomo di che vivere, riscaldarsi e l’energia per il fare.

Il prodotto del loro metabolismo produce infine – la cosa più importante – quell’ossigeno che è assolutamente indispensabile agli esseri viventi.

Ormai, da anni, la ricerca scientifica ha attribuito alle piante persino una particolare reazione all’ascolto della musica e, dal come vengono curate o maltrattate, discende un loro comportamento sano o sofferente. Come se avessero una loro sensibilità e le foglie, i rami, fossero quasi delle antenne simili ai nostri sensi.

Per questo, quando due dei tre pini del giardino del comprensorio, nel quale giganteggiava il pino in questione, a seguito di un vento molto forte sono caduti, per fortuna senza gravi conseguenze per le persone, ma solo per le recinzioni, si è deciso di tenere sotto osservazione Pino. Così l’avevo silenziosamente soprannominato.

Era situato nel giardino di mia figlia, che ve l’aveva trovato quando si era trasferita in quella casa, e la valorizzava con il suo pennacchio verde brillante, (anche se faceva “ombra” ad alcuni condomini del suo palazzo perché toglieva loro visibilità). Alto quasi venti metri si presentava già fortemente inclinato verso l’interno del giardino stesso e fino al momento della caduta degli altri pini del comprensorio, distanti pochi metri da lui, non ci aveva fatto pensare che potesse divenire un pericolo.

Sapevo che mentre la radice principale degli eucalipti si sviluppa prevalentemente in verticale, creando dei profondi fittoni che assorbono tutta l’acqua e le sostanze del terreno circostante, molte delle radici dei pini si sviluppano prevalentemente in orizzontale e, di frequente, i marciapiedi delle città ne mostrano le disastrose conseguenze. Con le numerose propaggini che ne demoliscono, con la loro lenta e costante crescita, anche le strutture più tenaci. Per di più, quando avevo piantato in quel terreno, una pianticella di fico di quattro anni, il giorno del suo ingresso in quella casa, avevo scoperto che, sotto una coltre di humus di una quarantina di centimetri, c’è uno strato compatto e molto duro di argilla. Ergo era probabile che le radici di quel pino fossero state ancor più facilitate a diffondersi orizzontalmente e questo poteva anche essere la causa del perchè quegli altri due pini del comprensorio fossero caduti ed il terzo, abbattuto.

Ad ogni buon conto – per tenerlo sotto osservazione – suggerii di mettere un chiodino sulla sua corteccia, ad un paio di metri di altezza da terra, e di misurarne periodicamente l’inclinazione con un filo a piombo. Non che questo fosse una garanzia, in quanto non sapevo quanto le sue radici avrebbero resistito ad un forte colpo di vento, ma comunque abbatterlo subito sarebbe stato un vero peccato.

Né io, né mia moglie, né mio genero, né mia figlia, eravamo tranquilli.

Avevo suggerito di estendere la validità della assicurazione sulla casa, contro la caduta accidentale delle piante di alto fusto, ma non eravamo lo stesso sicuri. La accentuata pendenza del Pino era verso l’interno del loro giardino e, se fosse caduto, essendo molto alto, oltre a rappresentare un pericolo costante per i miei tre nipotini che vi giocavano sotto e dei loro compagni che ospitavano spesso, avrebbe potuto colpire anche chi, in quel momento, fosse passato per l’ingresso della palazzina.

E’ veramente un peccato abbattere un albero che per trent’anni ha rappresentato una presenza gradita, profumata, ombreggiante e bella a vedersi, ma quel pino rappresentava un pericolo incombente. Disporre dei pali di sostegno per bloccarne l’inclinazione non era un percorso realizzabile per diverse ragioni, quindi si sarebbe dovuto eliminare.

Per spostarne il baricentro, con una potatura si era cercato di bilanciarne l’inclinazione, ma inutilmente. Il problema ed il pericolo rimaneva; in più, il professionista incaricato, aveva detto che la pianta si stava ammalando. Alcuni rami secchi in sommità lo dimostravano. Questo lo avrebbe reso forse, anche più debole e meno resistente nel tempo.

Davanti al palazzo dove abito, non molto distante dalla casa di mia figlia, c’è un terreno molto ampio, nel quale hanno scoperto una antica cisterna, che ha reso quel terreno, di circa un paio di ettari, inedificabile.

Per salvare Pino scrissi al Servizio Giardini del nostro Municipio e proposi di cavarlo dal terreno con molte delle sue radici e, adottando le opportune cautele, caricarlo su un apposito camion fornito di gru e rimetterlo a dimora, verticalmente, in un sito distante poche centinaia di metri. Indicai appunto quel terreno, che avrebbe dovuto essere scavato preventivamente per ospitarlo e sul quale, a spese degli gli abitanti del quartiere – me compreso – stiamo piantando da tempo degli alberelli per dargli una parvenza di bosco.

Feci presente all’Amministrazione, fra le altre cose, che questa delocalizzazione, oltre a salvare una pianta, avrebbe potuto anche essere pubblicizzata, facendone partecipi gli abitanti, ma soprattutto gli alunni delle scuole del quartiere, perché avrebbe potuto rappresentare un esempio di lodevole operazione ecologico-propedeutica del tipo: “Salvate un Pino, contribuirete a salvare il Pianeta”.

Il Responsabile, di cui non ricordo il nome, mi telefonò gentilmente e mi comunicò che – tecnicamente – un pino adulto non può attecchire se viene estratto dal suo terreno e messo a dimora altrove. Per cui l’operazione sarebbe stata inutile in quanto la pianta non sarebbe sopravvissuta.

Ed ora osservo profondamente dispiaciuto quattro potatori che distruggono Pino con fredda professionalità, usando potenti seghe a catena che inquinano l’aria con il loro rumore aggressivo e puzzolente. L’uomo, appena visibile tra il verde, ha appena iniziato il suo devastante lavoro. Cadono a terra i primi rami che vengono immediatamente caricati su un camion. Pino perde rapidamente la folta chioma, ma il tronco si erge ancora alto, vigorosamente integro e maschio, come a dire; ancora vi resisto, io sono tosto. Ma viene anche il suo turno, un intaglio a “v” alla sua base lo prepara al definitivo collasso. Vive ancora per poco, orgoglioso e impotente, poi crolla a terra con un tonfo soffocato. E’ morto.

Vedere poi quelle feroci lame affondare nel suo corpo abbattuto e inerte e spargere in aria miriadi di schegge rosate, come sangue che scorga, mi fa male. Osservo con un profondo senso di colpa, quello scempio, quel farlo a fette, quello scoprire decine di volte la sua anima rosa con trenta cerchi, frutto delle 120 stagioni della sua breve vita, messe ripetutamente a nudo.

Una operazione necessaria ma un vero peccato!

Ogni atto – anche il più giustificabile – è sempre frutto di egoismo, e se anche non ne ero stato materialmente l’artefice, me ne sentivo un complice consenziente.

Il tecnico – forse vedendo la mia faccia sconsolata – mi indica l’elemento che dimostra che l’albero era profondamente malato e che sarebbe comunque morto, ma questo non mi consola.

Voltandomi vedo la mia piccola, dolce, tenera nipotina, Margherita, di sei anni che, immobile dietro di me, impietrita, piange in modo inconsolabile e, guardando Pino a terra, ad occhi spalancati ripete silenziosamente: “ perché, perché, perché….”

Marco Biffani