È stata inaugurata a Verona, nella suggestiva cornice di Corte Molon, villa storica nel centro della città, la mostra fotografica e installazione “Le redini della libertà – Donne e costume, rivoluzione silenziosa”.

Quaranta pannelli testuali e fotografici, frutto di una meticolosa ricerca storica, accompagnati da disegni e riproduzioni reali dei capi indossati nelle diverse epoche, raccontano sei secoli di emancipazione femminile letti attraverso il prisma dell’equitazione: dall’evoluzione dell’abbigliamento e della postura in sella fino alla conquista della parità nelle competizioni olimpiche.
La mostra nasce dalla collaborazione tra Biancarosa ETS, APS Equestre Horse Valley ASD e Fieracavalli, con la partecipazione dell’Istituto Emme Moda di Verona e Associazione Danze 800. La partnership con Fieracavalli – la più importante manifestazione fieristica d’Italia nell’ambito dell’equitazione – le attribuisce una dimensione di primo piano nel panorama equestre nazionale: dopo il vernissage veronese, l’evento andrà in tour in varie città, in occasione di manifestazioni equestri e competizioni ippiche. L’iniziativa è inserita nel calendario “La Repubblica delle donne” del Comune di Verona per la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne 2026.
L’equitazione è l’unico sport olimpico in cui uomini e donne competono fianco a fianco, con le stesse regole, valutati con gli stessi criteri. Ma questa parità strutturale – non concessa per quote – ha una storia lunga sei secoli, fatta di battaglie combattute in sella prima ancora che nelle aule parlamentari. “Le redini della libertà” è la mostra che la racconta.
Per cinque secoli le donne hanno cavalcato di lato. Non per eleganza: per proteggere la verginità. Il passaggio dalla monta laterale a quella a cavalcioni fu una questione tecnica solo in apparenza: fu una battaglia politica, medica e culturale che attraversò l’intero Occidente.
Il filo della mostra parte da lontano: dalla principessa Anna di Boemia, costretta nel 1382 a cavalcare su una sedia montata sul cavallo per arrivare vergine alle nozze, e arriva fino alle cavallerizze che oggi dominano il dressage internazionale – l’83% dei cavalieri FEI di dressage è donna, il 73% nel concorso completo, il 61% nel salto ostacoli.
In mezzo, sei secoli di resistenze, conquiste e rivoluzioni silenziose. Le suffragette che scelsero il cavallo come simbolo: Inez Milholland che il 3 marzo 1913 guidò 8.000 persone nella marcia per il suffragio femminile a Washington, cavalcando a cavalcioni su Gray Dawn, un cavallo bianco, in un mantello bianco svolazzante – sfidando una convenzione che bollava le donne in sella “alla maschile” come indecenti e immorali. Le attiviste avevano ragione anche sul piano medico: la monta laterale danneggiava la colonna vertebrale, poiché il corpo inclinato lateralmente curvava la spina dorsale.
E poi la svolta olimpica. Fino al 1952, solo ufficiali militari commissionati e “gentiluomini” potevano partecipare alle discipline equestri ai Giochi. Nel 1952 la FEI ammise le donne al dressage, nel 1956 al salto ostacoli, nel 1964 al concorso completo. La prima eroina fu la danese Lis Hartel, che aveva superato la poliomielite: argento a Helsinki 1952, prima donna a vincere una medaglia olimpica nel dressage. Nel 1972, Liselott Linsenhoff divenne la prima donna a vincere l’oro individuale. Nel 2021, Julia Krajewski la prima nell’eventing. Sono passati quarant’anni dall’ultimo vincitore olimpico maschile nel dressage: lo sport che le escludeva è oggi dominato da loro.
«L’equitazione è uno dei pochi terreni in cui una donna può misurarsi con un uomo senza che nessuno chieda sconti né conceda vantaggi: in sella conta solo il dialogo con il cavallo, il sangue freddo, la tecnica, la capacità di leggere un animale di mezza tonnellata in una frazione di secondo», sottolinea Linda Fabrello, responsabile di APS Equestre Horse Valley. «Per le ragazze che frequentano i nostri campi questo è un apprendistato che va molto oltre lo sport: imparano che il loro corpo è uno strumento di forza e non di esposizione, che la paura si attraversa anziché essere nascosta, che la responsabilità verso un altro essere vivente costruisce un’autorevolezza che nessuno potrà più togliere loro. Ecco perché crediamo che l’attività equestre sia stata, ed è ancora oggi, una delle palestre più potenti di emancipazione femminile: non insegna alle donne a competere con gli uomini, insegna loro a competere con sé stesse – e quando una ragazza scopre di che cosa è capace su un cavallo, scopre anche di che cosa è capace nella vita».
Ogni pannello della mostra documenta una tappa di questo cammino attraverso l’abbigliamento: gonne con pesi di piombo nell’orlo per impedire che il vento scoprisse le caviglie, corsetti che toglievano il respiro in sella, selle laterali che causavano incidenti mortali – e poi, improvvisamente, i pantaloni. Lo scandalo. La libertà. Fino ai jodhpurs moderni in tessuto stretch con inserti in silicone, che rappresentano l’ultima grande trasformazione portata dalla tecnologia.
Ufficio Stampa APS Equestre Horse Valley ASD
























































