Scopriamo perché la transumanza è diventata folklore e la biodiversità urbana fa più notizia di chi mantiene in vita i pascoli.

Tutti parlano di biodiversità. Pochi sanno che esiste una tecnologia tutta made in Italy che previene incendi, dissesto idrogeologico e spopolamento montano. Da secoli. Sono gli armenti al pascolo.
C’è stato un tempo in cui gli animali andavano a piedi.
Partire, tornare, partire… anno dopo anno, un millennio dopo l’altro, uomini e animali, insieme. La natura come una seconda pelle, accordandosi al canto inconfutabile delle stagioni. Nel corso dei secoli era naturale che i percorsi degli uomini seguissero quelli degli animali.
La transumanza non ha bisogno di essere salvata dalla nostalgia. Ha bisogno di essere capita.

Il 2026 è l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori. La transumanza è Patrimonio Immateriale UNESCO dal 2019. Eppure quasi tutta la visibilità che ne è derivata si è tradotta in rievocazioni spettacolari, immaginario eroico, cartoline patriarcali.
Nel frattempo, nel mondo reale, quasi mezzo milione di animali ogni anno si muove ancora lungo rotte stagionali in Italia. Le aziende transumanti negoziano i loro spazi tra inselvatichimento, abbandono, speculazione energetica, filiere globali, lavoro precario.
Un progetto di ricerca – “Farms on the Move”, PRIN finanziato dal MUR – ha scelto Piemonte e Abruzzo per raccontare questa complessità. Senza filtri romantici. Con uno sguardo che include le relazioni tra umani e animali come soggetti, non come scenografia.
La mostra FARMO apre domani a Roma, alla Società Geografica Italiana. Vale la pena andarci – o almeno sapere che esiste una ricerca che fa esattamente quello che il dibattito pubblico non fa: guardare la transumanza per quello che è. Non per quello che vorremmo fosse.
📍 IL PROGETTO – Università Ca’ Foscari Venezia
























































