Scienza e Cultura insieme al servizio del territorio
C’è un concetto che la genetica di popolazione usa per descrivere l’adattamento locale: la pressione selettiva ambientale.

In un linguaggio meno tecnico, significa che l’ambiente (il clima, il terreno, la disponibilità di foraggio, la presenza di predatori) scarta gli individui meno adatti e premia quelli che “funzionano” meglio in quel contesto specifico. Nelle razze cosmopolite, allevate in stalla con alimentazione controllata e protocolli veterinari costanti, questa pressione è quasi azzerata.
Nelle popolazioni che vivono in condizioni di brado o semibrado sui pascoli, la cosiddetta pressione selettiva ambientale è ancora attiva, anche se non è l’unico fattore.
C’è quello culturale. L’Allevatore, già custode degli armenti, è un vero e proprio agente di selezione. Sceglie lo stallone da inserire nel branco, sceglie quale punta di fattrici verrà mantenuta, sceglie quali puledri verranno destinati alla rimonta e quali venduti. E sceglie sulla base di criteri che non sono scritti in nessun disciplinare o regolamento zootecnico, ma che rispondono a una logica precisa: il cavallo deve funzionare qui, in questo contesto, su questo territorio, con queste risorse e in queste condizioni.
Se quel cavallo ben si adatta sarà sicuramente anche un bel cavallo.
Un animale è bello quando risponde alla funzione cui è destinato” evoca il concetto classico e biologico secondo cui la bellezza esteriore è spesso il risultato di un adattamento funzionale.
Il risultato, dopo secoli di questa selezione silenziosa, è data da quelle popolazioni che portano nel fenotipo la biografia del territorio che le ha prodotte. Un cavallo nato e cresciuto tra i pascoli in quota ha piedi diversi da un cavallo di pianura: più larghi, più duri, con una suola più resistente alle rocce… non perché qualcuno abbia selezionato “per il piede”, ma perché tutti i soggetti con piedi inadatti sono usciti dal sistema riproduttivo prima di lasciare discendenti.
Così come la facilità al parto non è un tratto che si seleziona in una generazione: è l’accumulo di secoli in cui le fattrici capaci di partorire da sole in alta quota, a maggio, con le temperature che oscillano tra il gelo notturno e il sole d’alta quota, hanno avuto un vantaggio riproduttivo sistematico.
La selezione naturale e la selezione culturale hanno lavorato insieme, nello stesso laboratorio a cielo aperto, producendo un risultato che nessuna delle due, da sola, avrebbe mai raggiunto.

2026, un’opportunità per il futuro
L’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori è un’opportunità per cambiare il modo in cui guardiamo ciò che abbiamo a pochi chilometri da casa.
Le popolazioni equine omogenee che pascolano tra Abruzzo, Lazio e Molise non sono un retaggio pittoresco del mondo contadino. Sono infrastruttura biologica viva. Ogni fattrice che partorisce senza assistenza su un pascolo d’alta quota è la prova vivente di un adattamento che la scienza chiama fitness riproduttiva e che l’allevatore chiama, con una parola più semplice e più esatta, rusticità. Ogni stallone che guida il branco lungo un sentiero di crinale senza farsi prendere dal panico è un deposito di variabilità comportamentale che nessun allevamento stallino può riprodurre.
Proteggere queste popolazioni non significa congelare una tradizione. Significa riconoscere che il sapere zootecnico di chi alleva, fatto anche di sguardi, confronti, decisioni prese all’alba in un recinto, resta una forma di innovazione lenta e radicata. La più antica tecnologia genetica del mondo.
Il 2026, con la sua cornice internazionale, ci offre una lente attraverso cui guardare queste montagne e questi animali per quello che sono davvero: il cuore di un sistema ecologico e culturale che funziona da secoli. A patto che qualcuno continui a farlo funzionare.
Questo è il punto che l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori ci chiede di comprendere: la pastorizia non è un mestiere residuale da celebrare con nostalgia. È un sistema di conoscenze.
La FAO lo chiama “sapere tradizionale“; James C. Scott, l’antropologo di Yale che ha studiato le società contadine di mezzo mondo, lo chiama mètis, l’intelligenza pratica incarnata, il sapere che non si scrive ma si trasmette facendo. Gli Allevatori ne sono portatori viventi.

Il pascolo come infrastruttura
C’è un dato che l’Anno Internazionale dei Pascoli ci chiede di affrontare: i pascoli non sono spazi vuoti tra un bosco e un paese. Secondo il Rangelands Atlas, il 45% della superficie terrestre ricade in aree utilizzate per la produzione zootecnica estensiva, e solo il 12% dei pascoli globali è in aree protette. Il resto è esposto a conversione agricola, urbanizzazione, degrado del suolo.
Nell’Appennino centrale, il pascolo che vediamo come quel mosaico di praterie, arbusteti e radure, è il prodotto di millenni di gestione pastorale. La transumanza, iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO nel 2019 è il sistema operativo che ha modellato questi territori, tracciando i tratturi che collegavano i pascoli estivi d’alta quota a quelli invernali del Tavoliere.
Accanto a queste infrastrutture lineari e visibili, esiste una rete capillare e invisibile: i sentieri che gli animali tracciano pascolando, le sorgenti che gli armenti conoscono, i versanti dove il vento deposita meno neve e il pascolo resta accessibile più a lungo. Senza il passaggio degli animali, il bosco avanza, la vegetazione secca si accumula, aumentano gli incendi e il suolo perde stabilità.
Con il pascolo gestito, il terreno resta permeabile, la biodiversità vegetale si mantiene, il carbonio resta nel suolo.
























































