Finché un cavallo pascola, il paesaggio è vivo. Poi resteremo a guardare le cartoline.

Ogni popolazione che pascola custodisce un ecosistema. Difenderla è strategia, non nostalgia

Riflessioni a caldo sulla giornata nazionale del PAESAGGIO 

Abbiamo un problema con la parola “paesaggio”. 

La usiamo come se fosse sinonimo di qualcosa da guardare. Un fondale per fotografie, un complemento estetico da inserire in una brochure turistica. 

Ma un paesaggio non si guarda: si abita, si lavora, si costruisce generazione dopo generazione. E quando smette di essere abitato e lavorato, non cambia solo aspetto. Muore biologicamente.

È questo il punto che continua a sfuggire nel dibattito pubblico, anche in occasioni istituzionali come la Giornata Nazionale del Paesaggio che l’Italia celebra ogni 14 marzo: il paesaggio non è una cornice della biodiversità. Ne è una componente strutturale. Ogni siepe, ogni filare, ogni terrazzamento, ogni pascolo gestito secondo pratiche tradizionali è un ecosistema. Eliminatelo, abbandonatelo, sostituitelo con una monocoltura industriale, e non avrete perso solo un elemento del panorama: avrete cancellato habitat, corridoi ecologici, cicli riproduttivi di specie animali e vegetali che in quel preciso mosaico territoriale trovavano la ragione della propria esistenza.

La cultura rurale come infrastruttura ecologica

C’è una verità che le scienze della conservazione hanno impiegato decenni a riconoscere pienamente: in Europa – e in Italia in modo particolarmente evidente – la biodiversità che oggi consideriamo “naturale” è in larga parte il prodotto di secoli di gestione antropica del territorio. I prati stabili polifiti delle valli alpine non sono natura spontanea: sono il risultato di secoli di sfalcio e pascolamento. Le dehesas iberiche, i bocages francesi, i paesaggi agro-silvo-pastorali dell’Appennino non si sono formati per caso. Sono il frutto di una cultura rurale che, pur senza usare il lessico dell’ecologia, praticava una gestione adattativa degli ecosistemi.

Quando quella cultura si ritira – perché le montagne si spopolano, perché l’agricoltura di sussistenza non è più economicamente sostenibile, perché il mercato premia la semplificazione – il paesaggio si chiude. I pascoli si inarbustiscono, i prati perdono diversità floristica, le specie legate agli ambienti aperti scompaiono. Non è un processo teorico: è ciò che sta accadendo, ora, su ampie porzioni del territorio italiano. L’abbandono delle aree rurali marginali non produce “rinaturalizzazione”, come una certa retorica ambientalista superficiale vorrebbe far credere. 

Produce banalizzazione ecologica.

Il paradosso normativo: tutelare il paesaggio ignorando chi lo genera

La riforma dell’articolo 9 della Costituzione, approvata nel 2022, ha introdotto tra i principi fondamentali la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi. Un passaggio storico, senza dubbio. Ma le norme, da sole, non mantengono i paesaggi. Li mantengono le persone che ci vivono e ci lavorano: gli allevatori che portano gli animali al pascolo, gli agricoltori che conservano le varietà locali, i gestori di alpeggi, i piccoli produttori che con il loro lavoro quotidiano tengono aperti spazi ecologici che altrimenti si chiuderebbero nel giro di una generazione.

Eppure queste figure sono sistematicamente marginalizzate dalle politiche agricole, schiacciate da una burocrazia pensata per l’agroindustria, ignorate dai programmi di conservazione che preferiscono ragionare in termini di aree protette e vincoli anziché di pratiche vive. Il risultato è un paradosso: celebriamo il paesaggio rurale nelle giornate commemorative e ne acceleriamo la dissoluzione nei restanti 364 giorni dell’anno.

Biodiversità non è solo specie: è relazione

Chi si occupa di biodiversità zootecnica lo sa bene: una razza locale non è solo un patrimonio genetico. È un nodo in una rete di relazioni ecologiche, culturali, economiche. Un cavallo al pascolo in un fondovalle alpino non è un anacronismo: è un agente ecologico che mantiene la struttura del pascolo, controlla l’avanzata dell’arbusteto, contribuisce alla fertilità del suolo. La sua presenza nel paesaggio non è decorativa. È funzionale. Toglietelo, e quel paesaggio cambierà composizione vegetale nel giro di pochi anni. Con il paesaggio cambierà l’entomofauna, poi l’avifauna, poi l’intera catena trofica.

Questo vale per ogni componente del mosaico agro-pastorale: le siepi che ospitano gli impollinatori, i muretti a secco che offrono rifugio ai rettili, i fossi che garantiscono la connettività idrologica, i boschi cedui che diversificano la struttura forestale

Ogni elemento è il risultato di una pratica. Ogni pratica è espressione di una cultura. Interrompete la cultura, e il paesaggio si disgrega. Con esso, la biodiversità.

Il paesaggio come impegno, non sempre e solo come nostalgia

Non si tratta di idealizzare il passato rurale. Si tratta di riconoscere un fatto: i paesaggi ad alta biodiversità dell’Europa temperata sono paesaggi culturali, e la loro conservazione richiede la continuità – o la reinvenzione consapevole – delle pratiche che li hanno generati.

Questo significa politiche agricole che remunerino i servizi ecosistemici reali, non la superficie coltivata. 

Significa riconoscere agli allevatori custodi, ai piccoli agricoltori di montagna, ai gestori di pascoli estensivi il ruolo di manutentori del territorio che di fatto svolgono. Significa smettere di trattare la cultura rurale come folklore e iniziare a considerarla per quello che è: un’infrastruttura ecologica.

Marc Bloch scriveva che per comprendere il paesaggio rurale bisogna partire dall’osservazione del presente. Oggi il presente ci dice che quel paesaggio sta scomparendo e con esso un patrimonio di biodiversità che nessun decreto potrà ricreare in quattro e quattr’otto. 

La domanda non è se celebrare il paesaggio, ma se siamo disposti a fare ciò che serve per mantenerlo in vita.

Proposte e idee sono ben accette: savethebiodiversity.it@gmail.com

10 sinonimi di paesaggio: Treccani, Wikipedia e Google ci hanno regalato questa lista, poi…

  1. Panorama – La vista ampia e aperta che si abbraccia da un punto sopraelevato, con un senso di vastità e completezza visiva.
  2. Veduta – L’inquadratura di un luogo così come appare da un punto di osservazione specifico, termine caro alla tradizione pittorica e fotografica.
  3. Scenario – L’insieme degli elementi naturali o urbani che compongono lo sfondo di un’azione o di un racconto, con una connotazione quasi teatrale.
  4. Orizzonte – Lo spazio visivo che si estende fino al limite dello sguardo, evocando profondità e senso di apertura.
  5. Territorio – Il paesaggio letto nella sua dimensione fisica, ecologica e antropica, come spazio plasmato dall’interazione tra natura e comunità umane.
  6. Ambiente – L’insieme delle condizioni naturali e biologiche di un luogo, con un’accezione più ecologica e sistemica.
  7. Contesto paesaggistico – La cornice ambientale e culturale entro cui si colloca un elemento specifico, che ne definisce il significato e la percezione.
  8. Scorcio – Un frammento di paesaggio colto da un’angolazione particolare, spesso suggestiva o inattesa, che rivela un dettaglio del tutto.
  9. Campagna – Il paesaggio rurale per eccellenza, fatto di campi, colture, pascoli e insediamenti agricoli, intriso di identità storica e produttiva.
  10. Distesa – Una superficie ampia e continua — di terra, acqua o vegetazione — che trasmette un senso di estensione e di respiro.

Poi…

Abbiamo ripreso le 10 parole che individuate come sinonimi di “paesaggio” – panorama, veduta, territorio, campagna, distesa – e le abbiamo analizzate una per una. 

Per ciascuna, due letture: la prima raccontava ciò che vediamo; la seconda, più approfondita ciò che quel paesaggio contiene in termini di biodiversità, connettività ecologica e vita biologica.

Ogni voce è accompagnata da fonti istituzionali verificabili

Convenzione Europea del Paesaggio, ISPRA, IUCN, Strategia Nazionale Biodiversità 2030, Commissione Europea. Non opinioni – dati, documenti, link diretti.

È un glossario, ma anche un atto di posizione: le parole che scegliamo per descrivere un luogo determinano ciò che siamo disposti a fare per difendere quel luogo.

Presidente dell'Associazione PASSIONECAITPR e Direttore del Centro Studi della Biodiversità

SAVETHEBIODIVERSITY è un progetto di tutela e salvaguardia della biodiversità ideato, realizzato e promosso da PASSIONECAITPR

PASSIONECAITPR è un'associazione nazionale giuridicamente riconosciuta; ente morale accreditato dal MASAF come Ente selezionatore ai sensi del REG. EU 2016/1012

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