Attacchi, voglia di tradizione: Sotto la pioggia…

Spostarsi in carrozza per tragitti brevi o lunghi viaggi prevedeva, ovviamente, l’essere sorpresi da un temporale o da una giornata piovosa.

Niente vetri da disappannare o tergicristalli da attivare … ma, ecco all’uopo pronto un comodissimo mantice, come quello delle Milord o di gran parte dei Phaeton. Si tratta di una copertura, che si poteva alzare o abbassare tendendo o piegando due bracci laterali a leva in ferro. Permetteva di guardarsi attorno e, contemporaneamente, di proteggersi dalla pioggia, creando una atmosfera intima e protetta. Chiamato anche capote o soffietto era solitamente di pelle morbida o, in alcuni casi, in cuoio resistente e veniva ingrassato e ben pulito per evitare, che una volta chiuso, vi si potessero accumulare polvere e umidità.

Zinkeisen (fine 800) “Maifair in the rain” Phaeton con mantice aperto

Certamente grembiuli adeguati erano usati per non bagnarsi e servivano a coprire le gambe e i piedi. Ma i più avveduti si portavano, avvolta e fissata alla vedovella, una copertura in pelle da stendere e agganciare alla base della capote con degli anelli regolabili e che riparava efficacemente dalla vita in giù entrambi i passeggeri. Le carrozze di servizio signorili, come Landau o Vis a Vis utilizzate per andare a teatro o per tragitti importanti erano munite di doppio mantice e proteggevano tutti i passeggeri, che sedevano sui sedili, gli uni di fronte agli altri, permettendo loro di conversare e presentarsi alla fine del viaggio in perfetto ordine! Se il viaggio era lungo, ovviamente, la scelta preferibile erano le carrozze chiuse, come Berline, Mail Coach oppure Omnibus o Diligenze queste ultime prevedevano anche posti all’aperto decisamente meno costosi, oppure destinati ai servitori, proprio perché, in quel caso, non c’era riparo dalla pioggia.

Lomi (metà 800) “Carrozza sotto la pioggia” Vetturini in attesa

In alcuni modelli di Barouche da viaggio, che aveva in dotazione solo una capote, era prevista, a volte, una serie di assi incernierati sui pannelli laterali, che, se aperti, proteggevano le gambe degli occupanti. In dotazione poteva esserci anche una protezione aggiuntiva pieghevole per la parte anteriore della capote, uno specie di schermo di piccole finestrelle trasparenti antipioggia, che venivano aperte e fissate nella parte alta della capote. Non dimentichiamo che le carrozze erano come abiti su misura e gli accessori venivano introdotti con arte su richiesta! Certo questo non era affare da cocchieri … eh, si i cocchieri facevano vita dura, guidavano dall’alto della loro serpa carrozze di servizio, sfidando la pioggia e perfino la neve… Niente ombrello, neppure per i groom che lo aprivano in caso di necessità solo per far scendere le signore (ed erano ombrelli in seta resistente e con manici finemente intagliati)!

De Josseline Jong (metà 800) – “Carrozze in una Londra piovosa”.
Carro scoperto e Hansom cab con copertura in pelle del cavallo

A cocchieri e valletti era concesso solo il cilindro e un pesante pastrano utile per rimanere in attesa seduti ai loro posti, finche’ il proprietario decideva di ripartire… e reumatismi e febbri ne erano l’inevitabile conseguenza. Solo il cavallo poteva essere protetto, se rimaneva fermo sotto la pioggia, con coperte di pelle e, addirittura, testiere complete in pelle.

Quando, invece, si trattava di vetturini da piazza, alla guida di Brougham o Hansom Cab, il cocchiere in sosta aveva sempre un ampio ombrello a protezione, oltre all’abbigliamento adeguato. Troviamo la capote, in alcuni casi in cuoio, in altri in tela robusta anche su Pistoiesi, Calessi, persino Military ed era molto utile a professionisti come medici, avvocati, veterinari e ufficiali per correre, su richiesta, a fornire consulenze o cure anche con il maltempo. Con carrozze aperte come i Break, usate nella bella stagione per spostamenti giornalieri, passeggiate o per la caccia, non c’era protezione di sorta tranne su rari modelli dotati di mantice, come il Break Phaeton.

Ulpiano Checa (1889) “Giorno di pioggia a Parigi”. Due Omnibus

Per lo più si evitava di uscire con il Break, se il cielo minacciava pioggia… si cambiava carrozza. Ma stiamo parlando di famiglie benestanti, che nelle rimesse avevano più di una vettura. Spostarsi, però, era necessario anche per i popolani che usavano calessini, carri e carretti e, quando i trasferimenti erano lunghi, come quelli dei pionieri del west, quei carri, chiamati canestoga, erano coperti con tele resistentissime. Sui carretti da lavoro, invece, quando la pioggia scendeva, i ripari erano abiti adeguati, qualche ombrello, ampi cappelli ….e allora si usava dire « beh ..se piove, la si prende…» o «Al ciel non si comanda…» ed era, comunque, meglio viaggiare trasportati, piuttosto che a piedi con il maltempo!


Di Emanuela Brumana: Photo credits Archivio GIA



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