Qualche settimana fa ho avuto modo di leggere con grande attenzione il libro curato da Erich Messner sul Cavallo Avelignese. Un viaggio molto intenso condensato magistralmente che dovrebbe far riflettere sulla condizione delle razze equine italiane tout cort.

Nel 1867 arriva la ferrovia del Brennero e in pochi decenni il traffico mulattiero che per secoli aveva attraversato la Val Passiria, oltre quattrocento cavalli da soma attivi nel solo Seicento, si svuota.
Restano solo le valli che la ferrovia non tocca: Avelengo, Renon, Val di Non. È lì, in quello scarto geografico tra dove arriva il progresso e dove non arriva, che sopravvive un piccolo cavallo da montagna che nessuno, a quel punto, aveva più motivo di allevare. Da quello scarto nasce, suo malgrado, la razza Haflinger/Avelignese.

È da questa immagine che bisogna partire per leggere “Il cavallo Haflinger/Avelignese: una storia da ricordare” di Erich Messner, che da ispettore di razza è poi diventato presidente della Federazione di Bolzano e ancora presidente di ANACRHAI.
Terminati tutti i suoi impegni politici e tecnici all’interno della compagine associativa dell’Haflinger, oggi si dedica sempre con dedizione encomiabile alla divulgazione della sua razza del cuore: l’Avelignese.
Erich ripercorre oltre centocinquant’anni di storia zootecnica, dal 1870 alla candidatura UNESCO del 2025, ricostruiti pagina per pagina su fonti di prima mano, tesi di laurea d’epoca, circolari prefettizie, registri del Libro Genealogico.
Il pensiero che attraversa tutto il libro è che questa razza si sia già estinta due volte.
La prima per abbandono. La seconda per eccesso di cura mal indirizzata. Ed è la seconda, non la prima, la storia che oggi va considerata maggiormente.
La prima estinzione: quando il mercato se ne va
Tra il 1879 e il 1898 lo Stato asburgico ritira ogni incentivo e la razza, dopo una breve stagione di moda (l’imperatrice Sissi la rende un vezzo dell’alta borghesia europea, esportata fino a Pietroburgo), collassa quasi senza lasciare traccia: “In meno di 20 anni la razza era andata persa. Oggi si direbbe estinta.”
Il salvataggio arriva in extremis, nel 1896-98, da due uomini (il conte Friedrich Hartig, il maggiore Ludwig Huyn) che rintracciano gli ultimi puledri di uno stallone ormai morto e li riacquistano a caro prezzo. È da quel collo di bottiglia, non da una popolazione sana, che discende l’intera razza arrivata fino a oggi: un dato di genetica di popolazione che nessun libro genealogico, nella sua linearità burocratica, racconta da solo.
La seconda estinzione: quella che si firma con un decreto tecnico
Tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta, la dirigenza dell’associazione nazionale decide di trasformare il cavallo tradizionale, basso e tozzo, in un animale più alto, sportivo, spendibile come prodotto del “Made in Italy“.
Lo strumento non è il mercato spontaneo: è la selezione genetica applicata su base scientifica, modello BLUP-Animal Model, indice Equindex dal 1992, abolizione del limite massimo di altezza che per un secolo aveva definito lo standard di razza. Il risultato, documentato da Messner con dati che pochi autori avrebbero il coraggio di pubblicare su un processo cui hanno partecipato in prima persona: dieci riproduttori arrivano a determinare oltre il 60% del patrimonio genetico della razza intorno al 2015, un turnover genetico del 70% nelle nascite nel primo decennio della trasformazione.
Nel 2007 la FAO classifica il cavallo Haflinger/Avelignese tradizionale come ad alto rischio di estinzione. Secondo il criterio tecnico più rigoristico, nessun riproduttore della linea storica è più autorizzato alla monta da oltre dieci anni: la razza originaria è, in questi termini, già estinta a livello burocratico.
Il D.Lgs. 52/2018 e il Reg. UE 2016/1012, che oggi disciplinano Enti Selezionatori e programmi genetici in tutta Europa, arrivano a disegnare un sistema di garanzie proprio perché processi come questo, decisi da pochi tecnici con le migliori intenzioni, possono riscrivere una razza in una generazione senza che nessuno abbia mai formalmente deciso di farlo sparire. La trasformazione dell’Haflinger/Avelignese precede quel quadro normativo. Lo anticipa, in negativo, come caso di scuola.
Messner lo scrive in una riga che vale l’intero libro: “La storia si ripete: da una razza indigena con un valore storico-culturale nasce in tempo relativamente breve una nuova razza con una variabilità molto ridotta […]. Si può essere convinti e orgogliosi di aver creato del nuovo, ma resta vanità se manca il rispetto per l’origine e la sostenibilità per la razza.“

Il cavallo come confine politico
C’è un terzo filo, meno atteso, che attraversa il libro: il cavallo come superficie su cui si scrive l’identità nazionale. Nel 1923 il veterinario italiano Pietro De Paoli conia il nome “Avelignese” perché “Haflinger” gli sembra improponibile al pubblico italiano, nel pieno dell’italianizzazione amministrativa dell’Alto Adige.
Vent’anni dopo, nel 1943, il veterinario Karl Thurner fa l’operazione opposta sotto l’amministrazione tedesca: registra le stesse cavalle come patrimonio “tedesco”, arriva a modificarne i nomi per farle rientrare nella propaganda razziale del Reich. “Karl Thurner sapeva fare propaganda“, scrive Messner, senza bisogno di aggiungere altro. Non è folklore storico, è il promemoria che la conservazione di una razza autoctona non è mai solo zootecnia: è sempre anche territorio, confine, chi ha il potere di nominare le cose.
Perché conta, oggi, fuori dal Sudtirolo
Il libro chiude sul progetto EQUINBIO (Reg. UE 1305/2013, sottomisura 10.2), arrivato per ammissione dello stesso autore in ritardo rispetto all’erosione già avvenuta, sul parallelo con il cavallo di Samolaco (razza italiana affine, estinta esattamente per lo stesso meccanismo di incroci di sostituzione) e sulla candidatura UNESCO presentata nel 2025 per il riconoscimento della razza come patrimonio culturale immateriale.
Il cavallo Haflinger/Avelignese non è una razza “a rischio” nel senso passivo con cui la stampa generalista racconta solitamente queste storie. È un caso studio completo, documentato per centocinquant’anni da una fonte interna al sistema che l’ha gestito, di come un’infrastruttura genetica costruita da generazioni di allevatori possa essere riscritta due volte: la prima per disinteresse, la seconda per un’idea di progresso che ha scambiato l’uniformità per il miglioramento.
Chi lavora oggi sulle razze autoctone italiane, equine e non, trova in questo libro qualcosa che nessun report tecnico offre da solo: la prova che proteggere una razza non significa congelarla, mentre snaturarla, anche quando si fa con i migliori strumenti scientifici disponibili, resta comunque un modo di farla sparire.

Il libro stesso, prima della bibliografia, sceglie di chiudere non su un dato ma su una foto d’archivio: lo stallone storico “Mandl 42“, proposto come possibile “punto di riferimento per il futuro”. Dopo centocinquant’anni di decreti, censimenti e indici genetici, l’ultima parola la lascia a un’immagine. Forse l’unica scelta onesta che restava.
Annalisa Parisi – Centro Studi per la Biodiversità PASSIONECAITPR
Ambasciatori della Cultura per L’Aquila 2026













