Una riflessione sul concetto di fruizione della natura
La monticazione, che parola evocativa!

Pascoli in quota, armenti che salgono in giugno e scendono in settembre, il suono dei campanacci come unico sottofondo di certe estati. Nel 2026, a Crest, sopra Champoluc, il cantiere è già aperto. Tre scivoli alti cinque-sei metri: una fontina, una mucca con vitello, un bidone del latte. Costo, circa un milione di euro, 796.000 dei quali pubblici. Legambiente, nel report Nevediversa 2026, lo ha già ribattezzato “il luna park della montagna“. Il comitato di residenti Ripartire dalle Cime Bianche ha presentato un esposto alla Corte dei Conti. Ma la definizione più precisa è la loro, scritta in un comunicato: un monumento alla vacca da mungere, “rappresentata in questo caso dalle casse pubbliche regionali“.

Dico senza sconti la mia opinione: la montagna non è un set di Jurassic Park, e non deve diventare un parco a tema come Disney World.
Al di là della retorica sul turismo come esperienza e bla bla bla, è la descrizione esatta di cosa succede quando un territorio smette di essere abitato e comincia a essere allestito. E questa stramba ipotesi è già cronaca.
Lo scorso anno, sul Seceda, alcuni proprietari di malghe hanno sbarrato l’accesso con un tornello contro la folla in cerca dello scatto: “è più facile incanalare le vacche che le persone”, hanno dichiarato. A Cortina, dopo le Olimpiadi, servono agenti sui sentieri per multare gente in infradito, bivacchi e bagni vietati: un elicottero del soccorso non è riuscito ad atterrare per i troppi selfisti. I rifugisti dell’Alto Adige chiedono penali per chi prenota e sparisce, e ricordano che acqua calda e Coca Cola non sono un diritto acquisito in quota. Un rifugio vegano sul Monte Rosa registra ancora chi torna a valle arrabbiato perché non trova la carne. Sui sentieri alpini si raccoglie, in media, mezzo chilo di rifiuti ogni chilometro.
Non sono tutte notizie diverse. È lo stesso approccio, invasivo, consumistico, irrispettoso di luoghi che altrove si trattano come sacri, che ogni volta prende una forma diversa: uno scivolo, un tornello, un’infradito su un sentiero glaciale. Ed è l’esatto opposto di quella che Gianluca Galotta chiama paesofia: un modo di abitare il paesaggio che presuppone ascolto, non consumo; relazione, non allestimento.
La mucca gigante di Ayas non è un episodio isolato da archiviare con un’alzata di sopracciglio. È il sintomo più leggibile di una domanda che in questo articolo proviamo ad affrontare: a chi appartiene davvero la montagna, e chi decide come deve essere davvero guardata.













