Medici veterinari: una carenza che interroga il sistema

La carenza di medici veterinari non può più essere letta come una criticità interna alla professione.

10/04/2026 – Oggi è evidente che si tratta di un tema che riguarda la tenuta complessiva del sistema, dalla sanità pubblica alla filiera agroalimentare, e che mette in luce una fragilità più profonda, legata non solo al numero dei professionisti disponibili, ma anche alla loro distribuzione, alle condizioni di lavoro e alla sostenibilità stessa dell’esercizio professionale. Il punto, infatti, non è soltanto quanti medici veterinari manchino, ma dove manchino e in quali contesti la loro assenza diventi più critica. In molte aree rurali, interne o meno attrattive, il presidio risulta sempre più difficile da garantire, con ricadute dirette sulla capacità di prevenzione, controllo e risposta che rappresenta uno dei cardini della sanità pubblica veterinaria.

Eppure il quadro va letto con attenzione, perché non si può sostenere semplicemente che in Italia i medici veterinari non ci siano. Al contrario, il nostro Paese presenta un rapporto tra medici veterinari e popolazione tra i più elevati in Europa. Questo significa che il tema non è soltanto quantitativo. I professionisti esistono, ma sono cambiati, al pari della società in cui vivono e lavorano. A questo scenario si accompagna una trasformazione significativa del modo di intendere e vivere la professione. Le nuove generazioni di medici veterinari esprimono aspettative diverse rispetto al passato: maggiore attenzione all’equilibrio tra vita e lavoro, minore disponibilità ad accettare modelli organizzativi rigidi o carichi eccessivamente gravosi, ricerca di percorsi professionali più chiari, coerenti e sostenibili.

Non è un segnale di disimpegno, ma il riflesso di un cambiamento culturale che attraversa tutte le professioni sanitarie e che impone anche al settore veterinario una riflessione seria sulla propria capacità di attrarre e trattenere competenze. Se il sistema non è in grado di adattarsi a questa evoluzione, il rischio è quello di alimentare un progressivo disallineamento tra bisogni reali e disponibilità professionale. C’è poi un ulteriore elemento, difficile da leggere ma molto significativo, che riguarda il rapporto tra laureati e iscritti all’Ordine. Dopo un corso di laurea lungo e impegnativo, il fatto che una quota di giovani rinunci ancora prima di iniziare davvero il percorso professionale, o subito dopo la laurea, pone interrogativi importanti. È un fenomeno che colpisce proprio perché riguarda persone che hanno già affrontato un investimento formativo rilevante. Eppure, tra laurea, abilitazione, iscrizione all’Ordine e avvio dell’attività si apre uno spazio di ripensamento, talvolta di rinuncia, che suggerisce una distanza tra il percorso formativo e la percezione concreta del lavoro che attende i giovani medici veterinari. C’è poi un altro aspetto che merita attenzione: la crescente complessità della professione. Oggi il medico veterinario si muove in un campo sempre più ampio, che comprende sanità animale, sicurezza alimentare, gestione delle emergenze epidemiche, benessere animale, sostenibilità delle produzioni e approccio One Health. È un ruolo strategico, che richiede competenze tecniche elevate, capacità di lettura dei sistemi produttivi e integrazione con altri ambiti della sanità pubblica.

Eppure, a fronte di questa crescente complessità, aumenta anche il peso degli adempimenti burocratici e amministrativi, che spesso sottraggono tempo ed energie alle attività di maggiore valore sanitario. Anche questo contribuisce a rendere meno sostenibile il lavoro quotidiano e ad accentuare il senso di pressione in molti contesti operativi. La carenza di medici veterinari, quindi, va interpretata anche come una questione di sostenibilità organizzativa.

Quando i professionisti diminuiscono, il carico si concentra su chi resta, con il rischio di innescare un circolo vizioso fatto di sovraccarico, minore attrattività e ulteriore difficoltà nel garantire il ricambio. In questo modo la criticità non resta confinata all’interno della categoria, ma si riflette sulla capacità del sistema di assicurare controlli, prevenzione, sorveglianza e presidio del territorio. È qui che il tema assume una rilevanza pienamente pubblica e non più soltanto professionale. Infine, emerge con sempre maggiore evidenza il nodo del riconoscimento. Il contributo dei medici veterinari alla salute collettiva, alla sicurezza degli alimenti, alla tutela degli allevamenti e alla resilienza delle filiere produttive è essenziale, ma troppo spesso rimane poco visibile o sottovalutato. Eppure proprio la fase attuale dimostra quanto questa figura sia centrale nei punti più sensibili del rapporto tra salute, produzione e territorio.

Per questo la vera domanda, oggi, non è semplicemente se manchino medici veterinari, ma se il sistema sia davvero in grado di rendere questa professione sostenibile, attrattiva e coerente con le sfide che è chiamata ad affrontare. La carenza, in fondo, non segnala soltanto un vuoto di organico: segnala il bisogno di ripensare condizioni, organizzazione e valore riconosciuto a una professione che resta fondamentale per la tutela della salute pubblica.

a cura di Daniela Mulas

Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani. Per tutte le info visita il sito ufficiale: fnovi.it

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