Riflettiamo su ciò che il paesaggio nasconde, ma che ne costituisce l’essenza.

Un cucchiaino di suolo sano contiene più organismi viventi di quanti esseri umani siano vissuti sulla Terra dall’inizio della specie a oggi. La cifra circola da decenni nei rapporti della FAO e nei manuali di pedologia. È una di quelle frasi che si leggono per la prima volta con l’impressione che ci stiano prendendo in giro. Si rileggono, si verificano in tre fonti diverse, e si scopre che è vera.
Allora si pone la domanda che vale la pena porsi: cosa abbiamo davanti, esattamente, quando guardiamo un prato cosiddetto “pasci-pascolo“?
Negli ultimi tre pezzi pubblicati nelle scorse settimane ho cercato di mostrare che leggere il paesaggio è un atto culturale prima che ecologico, e che le aree interne del nostro paese non sono il margine ma il suo centro biologico. Sono punti che, presi insieme, costituiscono una prima alfabetizzazione del territorio. Vorrei adesso dire una cosa che potrebbe sembrare contraddittoria rispetto a quello che ho scritto fino a qui, e che invece è la sua naturale prosecuzione.
Il paesaggio non basta.
O meglio: il paesaggio nella sua dimensione visibile, anche quando lo guardiamo con attenzione e ne sappiamo riconoscere i segni, è solo la pellicola esterna di una cosa molto più spessa. È la superficie di un volume. È l’effetto di processi che non vediamo, e che sono in larga parte la sostanza vera di ciò che chiamiamo biodiversità.

Proviamo a entrare nel concreto
Sotto i nostri piedi, in qualsiasi prato gestito che sia Alpino o Appenninico, si svolge un’attività biologica di intensità impressionante. Funghi che digeriscono cellulosa. Batteri che fissano l’azoto atmosferico. Nematodi che predano altri nematodi. Protozoi, alghe, archeobatteri, una varietà tassonomica che le tecniche di sequenziamento di nuova generazione stanno cominciando solo adesso a cartografare. Una parte significativa della biodiversità del pianeta vive nel suolo, e non viene mai fotografata, perché non è fotografabile. Le razze autoctone che vi pascolano sopra dipendono da quel mondo invisibile in modo letterale. Non solo lo mantengono, attraverso i loro escrementi, le loro impronte, la loro selezione erbivora. Ne dipendono per sopravvivere.
Suzanne Simard, l’ecologa forestale canadese che ha dedicato la vita a studiare le reti micorriziche, lo dice in un libro del 2021 che vale la pena leggere se non l’avete ancora fatto, Finding the Mother Tree.
Le foreste sono organismi cooperativi connessi da reti fungine sotterranee attraverso le quali gli alberi si scambiano nutrienti, segnali chimici, perfino avvisi di pericolo. Un faggio anziano in una valle dell’Appennino non è un individuo isolato.
Il paesaggio è la sezione istantanea di un tempo che non vediamo
Non sto dicendo che bisogna diventare micologi o meglio ancora pedologi per camminare nei boschi. Sarebbe ridicolo. Sto dicendo qualcosa di un po’ diverso: bisogna sapere che il paesaggio è la copertina, non il libro. Quando lo leggiamo con attenzione, sappiamo riconoscere i segni di una transumanza, le tracce di una mulattiera abbandonata, il portamento di una razza autoctona, il colore di un prato gestito. Sono tutte cose importanti, ed era di questo che parlava il primo pezzo della serie. Ma sotto a quella lettura, sotto quei segni, accade una seconda cosa che richiede una seconda alfabetizzazione. Bisogna immaginare l’ingranaggio sottostante, anche se non lo si vede. Bisogna riconoscere che il prato gestito non è bello perché è verde. È bello perché è il prodotto visibile di una città biologica sotterranea che continua a funzionare. È il vapore di una macchina, non la macchina.
Negli ultimi anni mi è capitato sempre più spesso, scrivendo, fotografando, lavorando con allevatori e ricercatori, di sentire che questa seconda alfabetizzazione non si fa da soli.
Richiede ascoltare un pastore parlare di pascoli, un ricercatore di micologia parlare di funghi del suolo, un veterinario che si occupa di razze autoctone parlare di selezione genetica spontanea, un giornalista di territorio parlare di mulattiere e fenomeni antropologici. Richiede una piccola infrastruttura culturale, e una piccola minoranza senziente che la abiti.
Negli ultimi mesi ho cominciato a costruirla e mi piacerebbe condividerla con tutti coloro i quali vogliono approfondire questi aspetti con l’idea che sia un buon punto di riferimento per andare avanti.
Il paesaggio non basta non perché sia poco, ma perché è poco da solo.
Insieme a tutto ciò che non mostra, è tutto.













