Il cavallo è al centro di un enorme interesse economico, soprattutto a livello europeo, e proprio questo lo rende più vulnerabile allo sfruttamento rispetto a qualsiasi altro animale.

Il paradosso è che mentre l’Europa produce studi e stime aggiornate sul comparto, in Italia non disponiamo da oltre quindici anni di dati ufficiali che ci permettano persino di sapere quanti cavalli siano presenti sul territorio nazionale. La consultazione di rapporti non ufficiali offre numeri talmente diversi tra loro da risultare totalmente inaffidabili: ad esempio, secondo la ricerca “Il mondo del cavallo” condotta da Nomisma per Fieracavalli nel 2024, i cavalli in Italia sono circa 600 mila mentre per Coldiretti, che ha diffuso i ‘suoi’ dati in occasione dell’edizione 2023 della Fiera, i capi sono 314mila. Il Governo ha smessodi contarli nel 2010. Una situazione che sarebbe comica, se non portasse con sé risvolti drammatici.
L’Europa conosce il valore economico del cavallo
A livello europeo, il settore equestre è descritto da documenti ufficiali come uno dei comparti più rilevanti nel mondo rurale, sportivo e ricreativo. La Commissione Europea, attraverso il progetto di ricerca CAREQiPSC pubblicato sul portale ufficiale CORDIS, indica che l’intero settore equino del continente genera ogni anno un impatto economico superiore ai 100 miliardi di euro, una cifra che comprende sport, allevamento, ippica, turismo e attività ricreative. La stessa fonte riporta che le sole scommesse ippiche muovono ulteriori 25 miliardi di euro all’anno.
Il Parlamento Europeo, nella relazione “Responsible ownership and care of equidae” (documento A8-0014/2017), offre un quadro altrettanto impressionante. Il numero di equidi presenti nell’Unione è stimato intorno ai 7 milioni, distribuiti su circa 2,6 milioni di ettari di superficie agricola. Nella relazione si legge anche che almeno 900.000 posti di lavoro dipendono direttamente dagli sport equestri: personale degli impianti, istruttori, groom, allevatori, tecnici veterinari, addetti ai servizi e molte altre figure professionali che ruotano attorno al cavallo.
La Commissione Europea, nelle linee informative sugli equidi pubblicate dalla Direzione Generale per la Salute (DG SANTE), sottolinea inoltre che il settore è altamente “labour-intensive”, cioè richiede un grande impiego di manodopera, e che rappresenta una fonte di reddito fondamentale per molte aziende agricole, spesso localizzate in zone rurali marginali. Anche qui emerge un ordine di grandezza significativo: la popolazione equina europea viene stimata intorno ai 6 milioni di animali, una cifra che conferma l’importanza del comparto e soprattutto evidenzia che neppure le autorità europee dispongono di numeri certi: fra le stime del Parlamento e quelle della Commissione “balla” un milione di animali.
Nel complesso, questi documenti ufficiali dimostrano che il cavallo è un ingranaggio economico di grande valore, capace di generare ricchezza e occupazione. Ed è proprio questa centralità economica a rendere evidente ciò che IHP sostiene da sempre: dove esiste un interesse economico così forte, il rischio di sfruttamento è altissimo.
L’Italia, invece, vive nel buio statistico
Il confronto con la situazione italiana è impietoso. Nel nostro Paese non esiste oggi un quadro ufficiale aggiornato che quantifichi il numero di cavalli, il valore economico della filiera o il suo impatto su occupazione e territorio. L’ultimo studio organico è datato 2010, pubblicato dall’allora UNIRE (Unione Nazionale Incremento Razze Equine) con il titolo “Il comparto ippico come sistema economico”.
In quel rapporto, più di quindici anni fa, si stimavano circa 437.000 cavalli, ai quali si aggiungevano decine di migliaia di asini e muli. Sempre quell’analisi indicava che il comparto “in senso stretto” coinvolgeva oltre 48.000 operatori, tra allevatori, proprietari, fantini, guidatori di trotto, artieri, dipendenti degli ippodromi, maniscalchi e veterinari. L’uso del territorio era altrettanto significativo: più di 610.000 ettari erano destinati all’allevamento o alla produzione di foraggi, una superficie paragonabile a quella di alcune delle principali colture italiane. Lo stesso studio stimava le entrate fiscali provenienti dal settore ippico in decine di milioni di euro all’anno; nel solo 2009 l’Erario aveva incassato 96 milioni di euro derivanti dalle scommesse, ai quali si aggiungevano oltre 11 milioni per l’allora AAMS e vari introiti IVA e IRPEF collegati.
Il problema è che questi dati, pur essendo ufficiali, risalgono a un’epoca in cui il settore era radicalmente diverso da quello attuale. Da allora non è stato prodotto nessun aggiornamento organico. Non sappiamo oggi quanti cavalli siano presenti in Italia, non conosciamo la reale dimensione economica del comparto, né l’impatto sul territorio e sulla fiscalità. Di fatto, siamo privi delle informazioni minime necessarie per definire politiche pubbliche efficaci. E senza numeri, ogni controllo sull’anagrafe equina, sul benessere degli animali, sul loro destino — incluso quello dei cavalli che finiscono illegalmente nei circuiti di macellazione — diventa quasi impossibile.
Per IHP, questa lacuna è gravissima non solo sotto il profilo statistico, ma soprattutto sotto quello etico e politico: come possiamo proteggere gli equidi se non sappiamo nemmeno quanti siano e dove si trovino? Come è possibile vigilare sull’uso dei fondi pubblici destinati al settore ippico — che ogni anno ammontano a cifre consistenti — senza un quadro chiaro dei beneficiari e del reale impatto del comparto?
Conoscere per proteggere
Se l’Europa mostra con chiarezza il valore economico del cavallo, l’Italia continua invece a muoversi al buio. E nel buio, lo sfruttamento prospera. Per questo chiediamo da anni che venga finalmente avviata una raccolta dati ufficiale, aggiornata, trasparente e accessibile. Non è solo una questione di statistica: è una questione di tutela, di legalità e di civiltà.
Il cavallo, nel nostro Paese, è ancora un animale di cui non si conosce il numero, la destinazione, la condizione. È tempo di colmare questa lacuna. Perché senza sapere quanti sono, non potremo mai garantire davvero che siano protetti.























































