Le origini delle razze da tiro in Italia: un viaggio a ritroso nel tempo

Militari VS Contadini Non è tutto come ce lo raccontano.
Dalla seconda metà del XIX secolo all’alba della prima guerra mondiale – in Italia come all’estero – si può notare quanto le questioni equine fossero di particolare importanza per gli Stati e per la società.
Il ruolo dell’allevamento equino in Italia dall’Unità fino alla prima guerra mondiale, puntò particolare attenzione alla dualità d’uso dei cavalli per scopi agricoli e militari. Dopo una iniziale analisi dei dati statistici presenti sull’allevamento e l’uso dei cavalli in Italia, importante sottolineare le tensioni che emergono tra i bisogni dell’agricoltura e le esigenze militari, con l’esercito che preferiva cavalli più leggeri per la cavalleria e l’artiglieria, mentre i contadini e gli agricoltori ri chiedevano animali forti e resistenti per il lavoro nei campi.
Il Consiglio ippico, istituito nel 1887, cercò di mediare tra queste due esigenze, ma si scontrò con forti resistenze da entrambe le parti.
Alla luce di queste tensioni analizzando le fonti della stampa a disposizione per mettere in luce i tentativi di standardizzare un fenotipo di cavallo agricolo-militare che potesse servire a entrambi gli scopi, minimizzando i costi di gestione del settore e, al tempo stesso, venendo incontro ad alcune necessità comuni dei due mondi, nello specifico il tiro e il traino.
L’obiettivo rimase irrealizzato fino alla prima guerra mondiale. Poi con l’avvento del fascismo, l’idea di un cavallo versatile riprese vigore, culminando con l’introduzione del “cavallo agricolo-artigliere” solo negli anni Trenta.
Da sottolineare che il cavallo-agricolo artigliere non divenne, come ce la stanno rivendendo, l’antenato dell’attuale CAITPR, tutt’altro, o quanto meno – qualora fosse – molto alla lontana.
Alla luce di queste considerazioni, si ritiene più corretto e utile valutare allo stesso momento vari criteri di classificazione – come tipo, statura, mole, costituzione e temperamento – dato che, a un’osservazione preliminare, appare evidente che una chiara distinzione tra tipi di cavalli si basasse più sulle loro attitudini e sull’uso ai quali venivano adibiti piuttosto che sulla distinzione tra animali leggeri o pesanti.
Con questa distinzione in mente è facile comprendere perché possano esistere cavalli agricoli completamente differenti tra di loro: quelli di più grande mole e brachimorfi particolarmente apprezzati e prodotti nel nord Europa, ma anche quelli mesomorfi e di mole intermedia utilizzati nelle produzioni agricole italiane, fino ad arrivare a meticci con caratteristiche intermedie. Le stesse considerazioni sono valide anche per l’esercito.
Gestire una tale mole di necessità differenti per uno Stato relativamente giovane come quello italiano era complesso, perché si basava sostanzialmente sulla dipendenza dalle importazioni straniere. Per far fronte a questo problema che rendeva impossibile una rapida mobilitazione dell’esercito in caso di necessità bellica, vennero istituiti depositi governativi per stalloni a Ferrara, Crema, Reggio Emilia, Pisa, Santa Maria Capua Vetere, Foggia, Catania e Ozieri.
L’obiettivo, sull’esempio di altri paesi europei, era quello di riuscire a definire quali fossero i cavalli più utili allo Stato, dove rintracciare i migliori riproduttori, acquistarli e utilizzarli per la riproduzione secondo regole definite, con un evidente problema di fondi da destinare tanto alla produzione di cavalli di interesse militare quanto a quella agricola e di altre tipologie.
È da notare, infatti, che fino al 1864 la gestione dei fondi per l’allevamento cavallino era divisa tra il Ministero della guerra e quello dell’agricoltura, con una chiara distinzione di interessi tra il cavallo militare e tutte le altre tipologie di equini. Sorsero subito differenze e frizioni più che un tentativi di collaborazione.
Ci interessa particolarmente la risposta di uno dei membri del Consiglio, Salvatore Baldassarre, il quale pur avendo la maggioranza dei consiglieri contro – cosa da non sottovalutare, perché indica un generale favore verso la produzione del cavallo militare – segnalava che «il Governo ha il dovere di incoraggiare la produzione cavallina sotto qualsiasi forma, non solo per gli stalloni atti a produrre il cavallo militare» e che «i cavalli da tiro, da agricoltura ed i trottatori possono anche tutti servire, indirettamente, alla produzione del cavallo militare».
Ecco qui che per la prima volta, infatti, viene segnalata la possibilità di utilizzare un cavallo per più scopi e che, anzi, alcuni cavalli da tiro o agricoli siano da considerarsi ottimi riproduttori per futuri cavalli militari. È, però, piccata la risposta di D’Ottone, il quale riteneva che «per favorire la produzione del cavallo militare conviene conoscere il cavallo come arma, non soltanto dal lato scientifico e zootecnico».
Il cavallo di Brabante (Belga) era quello più gettonato. Diversi anni dopo, nel 1910, l’allora direttore generale dell’agricoltura e presidente del Consiglio ippico, stilò per conto di quest’ultimo una relazione sulla situazione stalloniera italiana. Nello specifico, a proposito dell’acquisto di cavalli per la produzione di animali da tiro pesante, si consigliava alla fu tura commissione di acquisto «che nella scelta dei soggetti avesse riguardo anche ai bisogni della produzione del cavallo di artiglieria».
In occasione della seduta ordinaria del 26 maggio indetta per decidere, come ogni anno, quali e quanti stalloni acquistare, venne proposto, per il cavallo da tiro «di abbandonare il tipo più pesante (brabantino) per l’ardennese, di mole leggermente più contenuta» e che, cosa innovativa, «escluso il Belgio come mercato d’acquisto, il tiro pesante avrebbe potuto essere sostituito con cavalli norfolk.»
Si tratta di cavalli francesi abbastanza simili agli ardennesi, quindi non stupisce la volontà di acquistarli in supporto ad essi.
Particolare, però, è il fatto che la stessa razza Norfolk veniva segnalata come ottima anche per gli interessi militari: per la produzione del cavallo d’artiglieria […] il Consiglio, d’accordo con il Ministero della Guerra, confermava l’impiego di riproduttori hackney, da comperarsi in Inghilterra, e di norfolk, da comperarsi in Francia […]. Per questi ultimi, la cui produzione in Francia è numerosa, si raccomandò la scelta di buoni soggetti, ben insanguati.
Per quanto riguarda la produzione del cavallo agricolo nel nord-est, nel 1926 nel solo deposito di competenza di Ferrara risultavano presenti 90 stalloni del ceppo norfolk, a riprova del fatto che la scelta verso questa razza e questa tipologia di animale era stata definita a livello centrale; e che, per quanto concerneva il cavallo in agricoltura nel nord-ovest, ancora nel 1933 il generale Tacoli, capo del servizio ippico per il Ministero della guerra segnalava che «per i cavalli della Valle Padana […] nel tipo a spiccato carattere mesomorfo è stato possibile trovare ottime pariglie che hanno fatto riuscita molto apprezzabile nelle batterie».
Sembrerebbe quindi che il cavallo cosiddetto agricolo-militare – che dagli anni Trenta venne denominato più precisamente “agricolo-artigliere” – abbia trovato, se non una chiara definizione, certamente delle caratteristiche generalmente riconosciute e una sua evidente utilità per i due mondi sebbene assai così distanti tra loro.













