Questo articolo nasce da un’eco familiare, e da una deformazione fonetica, squisitamente poetica, che trasforma il rigore del calendario contadino in un’immagine luminosa. Per molti, il 4 aprile è il giorno dei “quattro aprilanti”, ma per la memoria orale di alcune generazioni questi divengono i “Quattro Brillanti”.
Questa trasposizione terminologica non è un mero errore di pronuncia, bensì una manifestazione della paremiologia popolare: l’acqua che cade nei primi quattro giorni del mese non è percepita come un grigio disturbo, ma come una pioggia “brillante”, una risorsa preziosa destinata a rinvigorire i pascoli e a determinare la fortuna dell’annata agraria.

La profezia dei quattro aprilanti: tradizione e climatologia popolare
L’adagio più celebre, diffuso con varianti in tutta Italia (e particolarmente sentito nelle nostre zone rurali), recita:
“Quattro aprilante, quaranta dì durante”
Secondo questa credenza, il meteo dei primi quattro giorni di aprile determina l’andamento meteorologico delle successive quaranta giornate: se il 4 aprile piove, la tradizione vuole che continuerà a piovere per oltre un mese.
In un territorio storicamente vocato alla transumanza e all’allevamento, questa profezia assumeva una grande valenza. La pioggia dei “quattro brillanti” garantiva la crescita rigogliosa delle foraggere, necessaria al sostentamento dei muli e dei cavalli. La “deformazione” linguistica (da “aprilante” a “brillante”) riflette dunque una speranza: che il tempo sia favorevole, che la terra “brilli” di umidità feconda, preparando il terreno alle fatiche dell’estate.
Le radici storiche e il “giorno della vecchia”
Dal punto di vista antropologico, questa tradizione affonda le radici nel calendario agricolo, dove aprile rappresenta il mese dell’instabilità.
In alcune aree, i primi giorni di aprile erano chiamati anche “i giorni della vecchia” o “giorni imprestati“, legati a una leggenda secondo cui marzo “chiedeva in prestito” due giorni ad aprile per punire chi credeva che l’inverno fosse già finito.
La leggenda recita che una vecchia pastora, giunta agli ultimi giorni di marzo, si fece beffe dell’inverno ormai agli sgoccioli: convinta che il peggio fosse passato, portò il suo gregge al pascolo esclamando beffarda:
“Marzo Marzittu, j’agnellucciu mé ha missu ju curnittu!!”
(marzo, non ti temo, il mio agnellino è cresciuto, ha già le corna)

La triste conclusione dei giorni “imprestati”
Allora marzo, descritto nel folklore come permaloso e vendicativo (il celebre “marzo pazzerello”) non tollerò l’offesa, ma non avendo più giorni a disposizione nel proprio calendario — che all’epoca, vuole il mito, era più corto — si rivolse ad aprile per chiedergli un aiuto:
“Aprile aprilotto, prestami un giorno e una notte pe’ ffa morì l’agnello alla vecchiotta”
Aprile acconsentì, e marzo scatenò una tempesta di neve, ghiaccio e vento così violenta da far perire il gregge e, secondo alcune versioni, la vecchia stessa. Secondo mia nonna, la vecchiotta mise l’agnello nel camino per riscaldarlo dopo la gelata, ma la fiamma era troppo forte (la crudeltà popolare non perdona) e così fu lei stessa a farlo fuori…
Ecco perché gli ultimi giorni di marzo (o, in alcune tradizioni locali, i primi di aprile) sono chiamati i “giorni della vecchia” o “giorni imprestati”: in questo modo gli antichi ricordavano all’uomo che la natura non può essere sfidata con arroganza e che la prudenza è l’unica difesa contro l’incostanza del cielo.
Luisa Nardecchia, Centro studi per la biodiversità – Ambasciatore della cultura per L’Aquila Capitale della Cultura 2026
























































