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Che carrozza mi metto? <br />Abiti per le carrozze e carrozze come abiti tra Sette e Ottocento. Al femminile

Che carrozza mi metto?
Abiti per le carrozze e carrozze come abiti tra Sette e Ottocento. Al femminile

Di Maria Vittoria Carloni, conservatore del Museo della Carrozza di Macerata.
Da Il NOTIZIARIO del Gruppo Italiano Attacchi 1-2012

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I boulevards, la nuova passeggiata in voga, che ha il suo giorno di moda, il giovedì, quando si va a vedere passare le carrozze eleganti (le allemandes, le diligenze, le dormeuses, i vis-à-vis, i soli, le paresseuses, i cabriolet, i sabot, le gondole, le berline à cul-de-singe, i barrocci e i diable). […]Ci si ferma, si scende, si va a prendere un gelato ai tavoli davanti al Café Gaussin o davanti al Café du Grand Alexandre, e si guarda passare tutta quella gente, sfilare tutte quelle carrozze, le livree, le figure, la moda…”Così Edmond e Jules de Goncourt in pieno Ottocento tratteggiano la mondanità che ruota attorno a “La donna del XVIII secolo”.

 

Tra Sette e Ottocento si individuano le principali mutazioni sociali tali per cui anche la dama, che pian piano si afferma in società, vive progressivamente un ruolo sempre più attivo in rapporto alveicolo carrozza, su cui dapprima è trasportata o, al più, verso cui si protende dalla staccionata per ammirare corse, corsi e mondanità; in seguito, una volta intrapreso il cammino dell’emancipazione, non è insolito trovarla alla guida di un gig o di un break


Prima che ciò accadesse, le enormi sottane a stento entravano negli ovattati abitacoli delle berline tanto da condizionare la comodità femminile del viaggio.


Possiamo ripercorrere la storia della sottana che si fa assai interessante in rapporto alla necessità di accomodarsi in carrozza, e in seguito in treno, in relazione al quale verranno narrate scene di panico sulla difficoltà ad accedere negli scomparti.

 

Nel lontano Cinquecento esisteva il cosiddetto verdugale: una struttura fatta di imbottiture di stoppa, poi sostituite  da cerchi in legno, che dava una forma a campana. In seguito tale foggia si addolcisce in una sagoma a tamburo più flessuosa. Poi (1620 circa) si afferma il guardinfante, un sostegno costituito da ossa di balena.

 

Nel 1715 si passa al panier fatto di cerchi metallici che nel 1730 si appiattisce sul davanti assumendo una forma ovoidale à coude, che si allarga sui fianchi al punto da potervi comodamente appoggiare i gomiti. In questa versione raggiunge le massime dimensioni verso il 1770, ed è curioso il sistema retrattile di contenimento della struttura per migliorare il movimento, anche durante la seduta. Col passare del tempo il panier, prima appannaggio della nobiltà, viene adottato anche dalle dame meno abbienti.


La diffusione dei canoni della moda avviene già nel Settecento attraverso una pubblicistica di settore, ovvero i figurini di moda che, a partire dal 1780, partono dall’Inghilterra e diffondono le tendenze Oltremanica e sul continente.

 

La prima testata di moda in Italia è il “Giornale delle nuove mode di Francia e di Inghilterra”, pubblicato a Milano tra il 1786 e il 1794, proprio negli anni a cavallo della Rivoluzione francese in cui la borghesia, nuova élite, usa la moda come strumento di distinzione e affermazione sociale.

 

Figurini di moda, infatti, sono veicolo di diffusione del gusto del tempo più che di ostentazione del lusso. Già in quegli anni si fa riferimento a dame che usano andare in cabriolet senza cavaliere, con “redingotti, gilet, cravatta e cappello”. Ma ciò che desta più acceso stupore è l’esibizione di curiose carrozze accanto agli ultimi modelli (di abbigliamento in voga, le une e gli altri parimenti status symbol di quella società.


Il cambiamento del costume che influenzerà inevitabilmente anche l’andare in carrozza, segue due filoni principali, ovvero il gusto inglese e l’ideale e romantico “ritorno alla natura” proposto da Jean- Jacques Rousseau, che osteggiava i pomposi falpalas tardo barocchi.

 

Non dimentichiamo che sotto il regno di Luigi XVI, Leonard, l’inventore dei pouf, alte acconciature sostenute da un’impalcatura metallica, aveva reso iperbolico l’aspetto delle dame. Sulle loro teste campeggiavano navi, scenette pastorali, nidi di uccellini, fiori freschi conservati con boccette nascoste tra i riccioli, con conseguente totale rinuncia al sonno in posizione supina.

Per Rousseau riappropriarsi della spontaneità, dell’interiorità e dell’integrità significava opporsi alla schiavitù che la società imponeva nel nome di una falsa emancipazione dalla barbarie.

 

A tale fertile quadro filosofico si confacevano le “moderne” condizioni sociali dell’Inghilterra tardo settecentesca, nella quale non c’era avversione alcuna per le arti meccaniche e tanto i lord quanto la gentry, ovvero la classe intermedia, esprimevano tolleranza.

 

D’altro canto i lord erano attivi anche nel commercio e nella finanza, ambiente in cui era davvero forte la presenza quacchera, che sosteneva la condanna del lusso e la massima semplicità. La piccola nobiltà di campagna si ispira al vestiario da lavoro, riuscendo a superare quell’incompatibilità tra eleganza e comodità che l’Ancien Régime professava.
 

Per tornare alla storia della sottana, alla fine del Settecento, giusto negli anni che vanno dalla Rivoluzione francese all’Impero napoleonico, in segno di rottura le donne sopprimono i paniers e alzano il punto vita, sotto il seno, abolendo momentaneamente bustino e crinolina.

 

Gli abiti non sono che leggere tuniche di ispirazione classica anche nel prediletto colore bianco, lunghe fino alla caviglia, di linea dritta, ampie in fondo, e con un corto strascico. Ma non sarà che un breve episodio, superato dal repentino ritorno alle ampiezze della gonna, stavolta sostenuta dalla tournure, altrimenti detta sellino o cul de Paris, che ne evidenzia specialmente la parte posteriore.

 

La moda femminile dell’Ottocento è particolarmente mutevole e la sottana ruota attorno al basic pattern della linea attillata, sulla quale si producono ampie oscillazioni. Dal tipo campana, al tipo tournure, al tipo tubo, la linea si allarga e si restringe periodicamente, in un continuo andirivieni di corsi e ricorsi come nella spirale di Vico, in cui la stessa forma ritorna rivestita di nuovi significati dettati dalle trasformazioni sociali.
 

Nella svasatura più accentuata e nella tenuta da gran sera si afferma, intorno al terzo quarto del secolo, la crinolina, una sottogonna di tessuto flessibile imbottito di crine che poteva avere anche tre metri di diametro e richiedere più di trenta metri di tessuto.

 

Sedersi resta il problema quotidiano delle donne anche del Secondo Impero: l’esercizio implica sapienti contorsioni, senza parlare dei gabinetti, praticabili solo grazie all’aiuto di domestici. Eppure nulla turba il dominio assoluto della crinolina: a piedi, in carrozza, in ferrovia, e perfino in montagna presso le prime escursioniste. Massima ambizione della donna era avere il vitino di vespa in contrasto con la larghezza della veste. L’uso del busto porta anche a vere e proprie tragedie dovute alla costrizione del corsetto.
 

Anche i figurini di moda che circolano in Italia nell’Ottocento allargano i propri orizzonti ed esprimono un quadro di più largo interesse. Le testate più diffuse sono il “Corriere delle dame” (Milano, 1804 – 1871) e “Margherita” (Milano, dal 1879), i quali si occupano anche di poesia e teatro, tra réclame e spigolature politiche.
 

Fin quando, alla fine del XIX secolo, la donna si concentra sulla propria affermazione in società. Dopo aver assistito a lungo agli sport equestri, ella inizia finalmente a prendervi parte: equitazione, alpinismo, bicicletta, ciascuno con indumenti appositi. Per l’equitazione, ad esempio, si afferma l’abito intero o a due pezzi, il tailleur, inventato dallo stilista inglese John Redfern.

 

Anche in tal modo la dama compete con l’uomo, cui prende in prestito alcuni capi di abbigliamento: la bombetta, talvolta la cravatta. Più in generale ne segue la sartorialità. Il tailleur, nel felice abbinamento di una attillata jaquette e di una lunga sottana, è invenzione di quei giorni, e non a caso il termine significa sarto da uomo, da non confondersi con quello al femminile che si definisce couturier.

Gruppo Italiano Attacchi
Fonte: www.gruppoitalianoattacchi.it

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