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MARCO BIFFANI: LEONARDO DA VINCI VS. MICHELANGELO BUONARROTI

Della Battaglia di Anghiari, che Leonardo da Vinci doveva dipingere su una grande parete della Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio in Firenze, commissionata dal Gonfaloniere della Repubblica Fiorentina Pier Soderini che lo voleva in competizione con Michelangelo Buonarroti (entrambi contemporaneamente in Firenze in quel periodo), ci sono rimasti solamente alcuni splendidi disegni e qualche cartone.

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Lui aveva scelto la battaglia che un esercito fiorentino aveva vinto contro uno milanese, mentre Michelangelo preferì la Battaglia di Cascina vinta dai Fiorentini contro i Pisani ed il suo affresco non fu completato nel luogo deputato a questo.

 

Mentre l’opera di Leonardo fu sostituita da quella del Vasari nel 1557 perché la tecnica da lui utilizzata si rivelò sbagliata e gli errori e le sbavature erano eccessive. Leonardo non amava l’Affresco.

 

Aveva bisogno di dipingere con tranquillità, variando, quando lo riteneva giusto, i particolari dello stesso disegno, delle figure, degli atteggiamenti, i colori, e questo era impedito dalla frenesia pittorica richiesta da quell’operare che era sollecitato dall’asciugarsi veloce dell’intonato lisciato e preparato sulla parete. Inoltre i pigmenti minerali che si debbono usare nei colori, non sempre davano il tono richiesto e si modificavano dopo la reazione chimica di carbonatazione della malta sottostante, scontentando spesso l’artista.

 

Aveva ricavato dalla Historia Naturalis di Plinio l’antico “Encausto”, una metodologia che richiede di scaldare la parete una volta dipinta, con un forte calore, per fissarvi i colori della scena dipinta. E l’aveva voluta adottare per la sua Battaglia. Ma l’uso di questa tecnica non lo aveva favorito, soprattutto nella parte alta dell’opera che, sembra, gli sia costata un anno di tempo e la collaborazione di molti allievi. Le cronache storiche ne ricordano gli errori provocati

 

Se il lavoro di Michelangelo Buonarroti e quello di Leonardo da Vinci, nella stessa sala di Palazzo vecchio in Firenze, e quindi vicine, si fossero potute confrontare, le due opere dei più grandi artisti da sempre, sono convinto che si sarebbe notata una sostanziale diversità di interpretazione.

 

La si può evidenziare anche dai pochi cartoni e disegni rimasti delle due opere.  Il differente verismo delle scene, delle figure, delle movenze, dei corpi, dei volti. Il coinvolgimento di coloro che le guardavano sarebbe stato in favore di Leonardo da Vinci.

 

E spiego il perché.

 

Il verismo nell’arte pittorica nel Rinascimento, imperava.

 

Michelangelo viveva soprattutto di commesse ed appalti di Monsignori, Cardinali e Papi. I suoi soggetti erano inevitabilmente di carattere religioso, fedeli ai canoni ecclesiastici, ispirati da scene bibliche, evangeliche, rivolte a santi, martiri e madonne.  Per chiese, monasteri, ambienti liturgici, tombe. Opere, come la Cappella Sistina, per due volte gli avevano richiesto anni di lavoro continuo e faticoso, per la tecnica dell’affresco. Operando anche sopra la testa, da sotto in su!

 

Per lui, più che l’aderenza al vero, aveva importanza la natura del “divino”.  Nelle sue opere doveva prevalere il requisito della “santità”, per soddisfare i desiderata dei suoi committenti. Leonardo da Vinci, invece, per motivi anche contingenti, riceveva commesse quasi sempre da privati, spesso con carattere esclusivamente mercantile.

 

Per non perdere il favore del committente (la Donna con l’ermellino, il Cenacolo), per ottenerne dei benefici di altro genere (come La Gioconda), perché il soggetto lo interessava. Ritratti di amanti, di donne madri che divenivano poi tracce per le sue splendide, madonne (Benois, Delle rocce etc.), che, come l’Annunciazione, sono splendide (ma episodiche).

 

In Leonardo l’aderenza al vero anatomico psicologico e interpretativo era una ricerca costante. Che poteva durare anche decenni.

 

Non sono un critico d’arte, ma da questo punto di vista Leonardo aveva una marcia in più nei confronti degli eccellentissimi artisti della sua epoca, Michelangelo compreso. I suoi continui ed accurati studi sull’anatomia dei cadaveri, della fisiologia umana. degli aspetti esteriori, dei muscoli, dei tendini, delle posture, dei volti, regolarmente disegnati con una accuratezza e precisione unica, gli giovavano grandemente quando doveva dipingere qualcosa che riguardava la figura umana.

 

La conosceva molto bene. Ma anche le innumerevoli materie trattate a fondo, i misteri della natura che cercava di svelare, il vivere una vita sempre dedita a sopravvivere ma anche a far valere le sue doti che non tutti gli riconoscevano (almeno a sentir lui). I viaggi e le complicate vicissitudini anche familiari.

 

Le continue difficoltà economiche dopo il periodo milanese. Il trattare coni i grandi dell’epoca con i quali aveva rapporti non sempre facili o che non si rivelavano sempre amici. Tutto questo gli aveva fatto acquisire, anche dal punto di vista psicologico, una capacità di riportare in un volto gli elementi anche interiori del soggetto.

 

Specie nei ritratti. Diceva che gli occhi erano lo specchio della persona. E, riprodurli nel soggetto che stata dipingendo era probabilmente il suo obiettivo. Il sorriso enigmatico della Gioconda ne è un esempio.

 

Essendo Monna Lisa incinta, quando l’aveva ritratta, sembra ne vedesse l’immagine di quella madre di cui aveva sempre sofferto, probabilmente, la assenza, essendo stato tirato su dal nonno e dallo zio sin da bambino.

Aveva acquisito quindi una serie di capacità tecniche e psicologiche uniche, che gli consentivano di fare non solo dei ritratti eccezionalmente uguali alla realtà non solo fisica, ma soprattutto nell’immaginare e disegnare volti, braccia, schiene, corpi in varie posizioni.

 

Nell’atto di fare qualcosa.

 

Di posture, di movimenti, di situazioni, delicate o di combattimenti feroci. Gli studi del volto di giovani, di vecchi, di smorfie, di atteggiamenti di sorriso, di terrore, di dubbio che traspaiono dai suoi innumerevoli disegni, raggiungono l’apice nel Cenacolo, quando Gesù comunica ai suoi apostoli che uno di essi lo tradirà.

 

E’ rimasto una icona.

 

La sua pittura, i suoi disegni sono talmente veri da risultare tecnicamente perfetti e molto simili alla realtà dal punto di vista anatomico, posturale ed anche psicologico.

 

Vederli ed esserne profondamente coinvolti è per me un fatto.

 

Un esempio della veridicità, immediatezza e coinvolgimento dei disegni di Leonardo è dimostrato dal fatto che un Rubens ne copiasse uno dei pochi rimasti della Battaglia di Anghiari.

 

 

Marco BIffani

 

Redazione
Fonte: Marco Biffani

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