Cover Technology

G.I.A: Carri di Sogni e Speranze

di Emanuela Brumana. Fonti: National Historic Trails; Iperstoria: testi, leggende e linguaggi; USA-National Park Service; www.greatamericawest; www.farwest.it; www.legendofamerica; www.wikipedia.it

_2017/1-ok-art-5.jpg
1. Migranti a Kanesville(NE)- Dipinto di W. Henry Jackson - An Eye for History

_2017/2-ok-art-5.jpg
2. Mappa dell´Oregon Trail da Independence (MO) a Oregon City (OR)

_2017/3-ok-art-5.jpg
3. Pietra miliare a segnalare l´antico Oregon Trail

_2017/4-ok-art-5.jpg
4. Carri accampati per la notte a Independence Rock (MO) - Anonimo

_2017/5-ok-art-5.jpg
5. I carri attraversano il Platte River- dipinto di Dan Waggeland

_2017/6-ok-art-5.jpg
6. Il ribaltamento di carri era molto frequente a causa del terreno sconnesso

_2017/7-ok-art-5.jpg
7 . Le donne caricavano, scaricavano i carri, cucinavano, pulivano, accudivano vecchi e bambini.

_2017/8-ok-art-5.jpg
8. Malattie, incidenti di ogni genere a altri pericoli determinarono la morte di circa un decimo dei migranti

_2017/9-ok-art-5.jpg
9. Erano prevalentemente buoi o muli a trainare i pesanti carri

_2017/10-ok-art-5.jpg
10. Tutto ciò che serve ad una famiglia in un vano tanto piccolo!

_2017/11-ok-art-5.jpg
11. Parti del Prairie Schooner

_2017/12-ok-art-5.jpg
12. Carro dei Migranti in dettaglio

_2017/13-ok-art-5.jpg
13. Old Fort John, poi denominato Fort Laramie (WY)- Dipinto di W. Henry Jackson - An Eye for History

_2017/14-ok-art-5.jpg
14. Molti per non appesantire il carro affrontavano il viaggio a piedi.

“Oregon! Il nome stesso evocava visioni paradisiache. Alberi alti come torri, valli lussureggianti dal suolo fertile. Una terra dalle mille opportunità, che, a partire dal 1840 e fino al 1869, quando la prima ferrovia transcontinentale fu completata, attirò circa 500.000 pionieri in viaggio verso Ovest su carri coperti, trainati da muli e buoi, per realizzare i loro sogni.”


Quel percorso di 2.170 miglia, oggi noto come Oregon Trail, attraversava 6 stati, si doveva percorrere in 6 mesi per evitare il freddo inverno, e fu in America la più grande migrazione volontaria di famiglie intere verso il cosiddetto Far West, in particolare l’Oregon e la California. Molto tempo prima di essere la via delle carovane, l’Oregon Trail era parte di una antica rete di sentieri utilizzati dagli indiani o parte di piste tracciate dagli animali durante i loro spostamenti.


Agli inizi del 1800 cacciatori Inglesi, Francesi, Americani seguirono questi sentieri a caccia di castori, le cui pellicce erano richieste dalle case produttrici di cappelli in Europa. Il passaggio a Ovest di pesanti carri non era facile a causa delle zone montuose da superare, ma nel 1812 fu scoperto il South Pass, nel Wyoming, un passaggio ampio, non difficoltoso neppure per i buoi, che divenne la porta verso l’Ovest.


“ Arrivammo al famoso South Pass, ma non ce ne rendemmo conto finche’ non lo passammo: io con lo sguardo ero sempre alla ricerca di un sentiero stretto e difficile che ci avrebbe quasi tolto il fiato nell’attraversarlo…ma niente di tutto ciò…”


Attraverso il South Pass i carri merci cominciarono a transitare per rifornire di provviste i luoghi di raccolta dei cacciatori di pellicce e al ritorno trasportare quelle merci pregiate verso il Missouri. Il percorso si misurava in miglia giornaliere ed in una buona giornata si riuscivano a percorrere circa venti miglia A questi si unirono anche missionari cristiani con l’intento di convertire i nativi.


VERSO IL PACIFICO

Alla fine degli anni 30 il commercio delle pellicce diminuì fino quasi ad interrompersi nel 1840. E così nel 1843 gruppi di famiglie decisero di abbandonare la zona e di spingersi più a Ovest. La prima colonna di carovane trainate da muli e buoi contava 80 persone fra uomini, donne e bambini e lasciò la cittadina di Independence (MO), passando il South Pass verso Ovest.


Il loro viaggio faticoso e difficile sarebbe stato il primo spostamento collettivo verso i territori del Pacifico, finalmente raggiungibili via terra e non solo via mare con lunghe circumnavigazioni. Perchè all’Ovest? La depressione tra il 1837 e il 1840 portò agricoltori e uomini d’affari a cercare nuove opportunità. I politici, dal canto loro, spingevano per le migrazioni verso le terre del Pacifico con l’intento di toglierle all’influenza britannica, che deteneva gran parte dei commerci di pellicce. I missionari, infine, puntavano a convertire i nativi, e decantavano la fertilità dei territori.


NESSUNA BUONA RAGIONE PER RESTARE 

Erano “tempi duri” e cominciò a crescere una sorta di spirito patriottico, che con la benedizione di Dio, puntava ad estendere gli Stati Uniti da costa a costa. A rafforzare le migrazioni verso l’Oregon fu il Donation Land Act del 1845, legge che offriva la proprietà della terra alle coppie sposate (1600 mq intestati a marito e moglie),che determinò un boom di matrimoni e di insediamenti.


“L’Oregon fever” si diffuse e anche motivi personali spingevano a mettersi in viaggio: il desiderio di una propria fattoria, la scommessa di trovare un vena l’oro, i debiti, i problemi con la legge, così contadini, religiosi, mercanti, avventurieri, militari partirono. Con loro le donne, i bambini e a volte gli anziani che loro malgrado seguivano queste ambizioni. Donne dentro corpetti attillati e gonne lunghe fino alle caviglie guidavano e scaricavano i carri, aiutavano a ripararli allestivano il campo, si facevano carico di accendere il fuoco, cucinare, pulire, accudire i bambini, partorire e curare i malati.


E poi bambini, che ci si aspettava si comportassero da grandi, che fossero d’aiuto, che non si perdessero: vestivano come i loro genitori e lavoravano anche come loro. Le femmine mungevano e aiutavano a cucinare e pulire, I maschi curavano il bestiame e aiutavano a guidare i carri. Non era strano portare con sè familiari anziani non abili a camminare su lunghe distanze, che, spesso si ammalavano lungo il viaggio. Quando si era troppo vecchi per questo tipo di viaggio? be…già a 50 anni!


IL TEMPO PER PARTIRE

Era l’inizio della primavera, gli emigranti si spostavano a Independence, (MO), e lì restavano accampati il tempo necessario perché spuntasse folta l’erba lungo la pista. Quel tempo non era impiegato invano: era necessario predisporre l’occorrente per il lungo e difficile viaggio… si dovevano stivare scorte di materiali, di alimenti, di attrezzi e utensili, individuare gli amici a cui legarsi per il trasferimento, acquistare carro e muli o buoi. Il calcolo esatto dei tempi era fondamentale; partire troppo presto, prima che l’erba fosse spuntata, avrebbe fatto morire di fame il bestiame; partire troppo tardi li avrebbe esposti al terribile rischio di incappare nelle prime nevicate, di fronte a cui qualunque carovana era costretta a fermarsi.


I migranti impacchettavano tutto ciò che possedevano ed era trasportabile in un carro: tutto ciò che serve ad una famiglia in un vano tanto piccolo! Ci si lasciava tutto alle spalle, sicuri di non ritornare più indietro: i coloni ingolfavano insieme le vie d’uscita, in parte per la fretta di conquistare la testa della fila e in parte per l’inesperienza con cui le manovre venivano condotte.


Man mano che avanzavano, molte famiglie erano costrette a rendersi conto di aver sovraccaricato il loro carro e, giocoforza, erano costrette a prendere la drammatica decisione di alleggerirsi, gettando via ciò che constatavano essere meno utile. Così la pista finiva per riempirsi di carcasse di mobili e di ogni altro genere di suppellettili. C’era, in verità, anche chi decideva di non privarsi neppure del superfluo e finiva per affrontare 2.170 miglia di viaggio a piedi, anziché seduto sul carro. “…potevamo intravedere le lunghe file di carri coperti di teli bianchi per molte miglia….non ricordavo di non aver mai visto una tale massa esseri viventi in tutta la mia vita….”


OSTACOLI E PERICOLI 

Non solo i monti erano un ostacolo per i pesanti carri, forse un ostacolo maggiore erano i fiumi, spesso percorsi da rapide. L’attraversamento di carri e animali era davvero difficile e richiedeva giorni di preparazione “Togliemmo le ruote dal carro, le posammo sulla zattera , vi appoggiammo la cassa del carro e partimmo…”


“Cercavamo un modo per attraversare il fiume, ma le due barche per 10 giorni erano già sovraccariche ed il costo era esorbitante …decidemmo di procedere passando per le montagne.” Furono gli indiani a mostrare i passaggi meno difficili per attraversare il fiume Columbia e raggiungere l’Oregon Country. Molti persero la vita nelle rapide proprio a poche miglia dalla loro destinazione.


Eppure il sogno di una terra fertile e di spazi sconfinati portava i migranti a affrontare comunque quel lungo e disagevole viaggio stipati in un carro, affrontando pericoli di ogni genere: numerosi furono gli incidenti e le morti collegate all’uso delle armi, alle cadute da cavallo, ai ribaltamenti dei carri.


E poi le malattie, la mancanza di igiene, di acqua, la fame: alcune carovane finirono decimate dal colera. Mancavano gli strumenti e le medicine per le cure mediche e si moriva. “…E’ duro morire lontano dai propri cari e da casa- essere sepolto in una fossa scavata frettolosamente senza una bara, - abbandonato fra le zolle forse per diventare cibo per i lupi…” Un altro pericolo per i coloni era il clima.


Viaggiare in estate significava affrontare tempeste improvvise, fulmini pericolosi e grandine in spazi sconfinati senza alcuna protezione. E le mandrie di bufali in corsa, gli incendi, i serpenti. Alla resa dei conti, circa un decimo dei viaggiatori non sopravvisse al viaggio dell’Oregon Trail.


AVAMPOSTI LUNGO LA VIA 

All’inizio gli Indiani erano d’aiuto ai coloni, e li rifornivano di carne fresca, facevano da guida, ma ben presto capirono che le terre offerte ai coloni dal governo erano le terre, che da sempre loro abitavano e, così, ai molti pericoli, che lungo il viaggio dovevano affrontare, si aggiunse anche l’ostilità degli indiani, che rifiutavano il trasferimento forzato nelle riserve. Lungo la pista c’erano anche 40 forti o depositi militari e le guarnigioni di soldati ad essi destinate. Spesso erano aree di sosta e rifornimento per le carovane “Alle 4 in punto arrivammo al posto che avevamo così ansiosamente desiderato raggiungere


- Fort Laramie si stagliava come oasi nel deserto..” L’ultimo terzo della pista era il più difficile e doveva essere percorso con grande prudenza. Il rischio dell’arrivo delle prime nevi invernali era altissimo e poteva significare trovare i valichi di montagna chiusi, perciò si trattava di una vera e propria corsa contro il tempo.


CAVALLI, MULI E BUOI. 

Gli animali da tiro usati prevalentemente in America ai tempi delle migrazioni ad Ovest erano i buoi. Lenti, pazienti ed ubbidienti, facili da maneggiare ed attaccare. Erano i meno costosi, circa 50 $ a capo e potevano sopravvivere con il solo foraggio della prateria. Nei momenti di difficoltà o a seguito di incidenti o ferite, potevano essere mangiati. Molti buoi a causa delle condizioni estreme del viaggio morivano, Un bue morto poteva essere sostituito al giogo da una mucca da latte e il carro così procedeva.


Durante il viaggio il/i driver camminava a fianco dei buoi utilizzando una frusta, ma prevalentemente la voce per i comandi. I buoi venivano ferrati o portavano protezioni in cuoio ai piedi, visto il terreno difficile. Anche i cavalli erano utilizzati, meno per trainare le carovane, più per affiancarle o spingerle, montati a sella. Certamente erano più costosi circa 200 $ a cavallo e richiedevano rifornimenti di dosi di biada e di molta acqua.


Per questo non erano molto utilizzati sulle piste verso Ovest. Inoltre erano nel mirino dei banditi che ne facevano razzia. Più diffusi erano i muli, forti e resistenti, che procedevano più velocemente dei muli. Sopravvivevano con erba delle praterie e poca acqua. Erano considerati animali testardi, che a volte calciavano e creavano difficoltà ai carri. In verità, a causa della forte domanda, agli emigranti venivano venduti esemplari giovani e non sufficientemente domati, che creavano davvero problemi e spesso i pionieri incolpavano i muli dei danni arrecati ai carri.


In realtà i muli ben addestrati all’attacco erano molto costosi, circa 100 $ a capo e vittima di razzie e furti.


I MITICI CARRI DEI MIGRANTI

Il Carro da trasporto più comunemente usato per lunghi trasferimenti era il Conestoga. Largo, pesante e con il fondo simile a quello delle barche, con bordi agli angoli e incurvato nel centro, così i barili trasportati non potevano rotolare fuori quando il carro procedeva in salita o in discesa. Dotato di copertura di tela resistente all’acqua per proteggere il carico, il Conestoga poteva trasportare fino a 5 tonnellate. Spesso un secondo carro era attaccato dietro al primo come un rimorchio.


Ma i viaggiatori sulla pista dell’Oregon trovavano i Conestoga troppo grandi per le loro esigenze. Gli enormi e pesanti carri sfiancavano i buoi, prima ancora di aver completato due terzi del viaggio. La scelta cadde sul Prairie Schooner (carro dei pionieri o – letteralmente – goletta della prateria), una versione ridotta, grande la metà del carro Conestoga. Misurava di solito circa 120 cm di larghezza e circa 3,5 mt.di lunghezza. Con il timone ed il giogo attaccati la sua lunghezza arrivava a circa 7 mt.


Con la copertura raggiungeva un’altezza di circa 4 mt. ed il passo arrivava ad un mt. e mezzo. Vuoto pesava circa 600 Kg e poteva essere smontato per essere riparato lungo la strada. Coppie di 4 o 6 buoi oppure tiri da 6 o 8 muli erano sufficienti per portare questi carri fino alla meta. I più famosi costruttori furono i fratelli Studebacker, ma anche altre ditte si specializzarono nella costruzione di carri per emigranti come Murphy o De Osnabourg.


Un Prairie Schooner tenuto bene offriva riparo quasi come una casa. La cassa del carro (fondo o letto) era fatta con legno resistente. Era profonda dai 60 ai 90 cm e con un po’ di catrame poteva essere resa impermeabile e affrontare guadi tranquilli. 


LA STRUTTURA

Le assi laterali erano smussate verso l’esterno per impedire alla pioggia di passare sotto i bordi della copertura e per aiutare a tenere fuori l’acqua durante un guado. La cassa era montata su 2 coppie di ruote di differente misura, quelle posteriori misuravano circa 130 cm mentre le ruote anteriori arrivavano ad appena un metro. Le anteriori, più piccole, consentivano di avere un gioco supplementare permettendo al carro di fare delle curve più strette.


Tutte le 4 ruote avevano lamoni per proteggere i cerchioni, che invece erano di legno robusto per evitare il restringimento. Molti emigranti avevano l’abitudine di lasciare a mollo le ruote del carro in fiumi e sorgenti durante la notte, per evitare che l’aria secca ed il calore diurno facessero restringere il legno tanto che le coperture di ferro si staccassero dalle ruote durante il giorno. Assi di legno ricurve sostenevano i pesanti teli della copertura. Lunghe e dritte assi venivano tenute a mollo finchè il legno poteva essere facilmente piegato a forma di “U” e lasciate asciugare lentamente in quella posizione.


Un lavoro ben fatto garantiva che le assi conservassero la giusta curvatura. Ciò era molto importante: se le assi arcuate del carro erano troppo in tensione potevano staccarsi e strappare la copertura quando il carro saltava e dondolava sul terreno accidentato. Le coperture erano di solito costituite da teli di cotone ripiegato in più strati per renderlo impermeabile. La copertura era sempre ben assicurata contro il vento e i suoi bordi erano sovrapposti e venivano srotolati per tenere fuori la pioggia e la polvere.


LE ATTREZZATURE 

Pur essendo questi carri piccole meraviglie di progettazione, a volte si rompevano o si guastavano a causa della difficoltà e della lunghezza del viaggio. L’attrezzatura per le riparazioni stava in un contenitore situato normalmente sotto il sedile del guidatore o attaccato ad un fianco del carro.


Conteneva, bulloni, seghe, raggi di legno per le ruote, matasse di filo di ferro, trapani e vari utensili nonchè una leva a cric per sollevare il carro durante la sostituzione o la riparazione di una ruota. La leva del freno era i solito collocata in modo da poter essere azionata dal conducente con il piede o anche da qualcun altro che camminava di fianco al carro. La meccanica era fatta in modo che il blocco del freno rimaneva posizionato contro la ruota anche una volta rilasciata la leva.


Alle fiancate del carro erano sistemati i barili con l’acqua, una zangola per il burro, pale, accette, segoni, scale, un secchio col catrame, un altro con il grasso per i mozzi delle ruote. Sovente c’era anche una cassa con dentro il fieno, munita di un’apposita fessura per nutrire il bestiame. Non mancava mai una gabbia per il pollame. Legati dietro il carro seguivano i buoi o i muli di scorta, la vacca o la capra per il latte e qualche volta anche un cane.


C’era una sola coppia di ammortizzatori su un Prairie Schooner ed era situata sotto il sedile del guidatore. All’interno del carro il viaggio era particolarmente scomodo, per cui i pionieri preferivano viaggiare a piedi, riparandosi all’ombra del carro. Alcuni tratti della pista erano così accidentati che si poteva riempire la zangola del burro con il latte fresco del mattino e trovare alla sera il burro grazie ai sobbalzi del carro. Il conducente doveva per forza stare a cassetta e gli veniva dato il cambio nel corso della giornata


Questi carri, costruiti specificatamente per i lunghi viaggi dei pionieri, avevano dei costi abbastanza elevati e per tale ragione molti emigranti affrontavano le piste verso l’Ovest con dei semplici carri da fattoria coperti da un telo. Tali carri da fattoria, pur essendo simili sotto molti aspetti ai Prairie Schooners, non offrivano le stesse garanzie di stabilità, efficienza, riparo e manovrabilità..


“Una volta in Oregon o in California, i coloni, che arrivavano stremati, senza danaro, affamati iniziavano una nuova vita impegnandosi nell’agricoltura o nell’allevamento o in altri affari, oppure speranzosi partivano in cerca di fortuna verso le miniere d’oro su a nord. Ne era valsa la pena? Solo i viaggiatori arrivati allora in Oregon potrebbero, oggi, dirlo. Sicuramente fu un viaggio mitico, per realizzare sogni, ma anche per scrivere il futuro di una nazione”.

Redazione


Fonte: Gruppo Italiano Attacchi

Commenti

ATTACCHI: leggi anche...